Banche, tassi usurai alle aziende

Una società di consulenza bresciana ha scoperto che i tassi applicati sui prestiti si sono alzati al limite dello strozzinaggio. Ma pochi imprenditori denunciano e l’ABI e la Banca d’Italia non controllano. Cronaca di una nuova, pericolosa deriva
di Massimiliano Carbonaro/FpS Media

Anche le banche, in Italia, prestano ‘a strozzo’, attraverso meccanismi complessi nel rilascio dei finanziamenti a favore delle imprese.
Sono molti gli istituti di credito coinvolti in questa nuova e pericolosa deriva.
Sul fenomeno non esistono cifre complessive esatte, così come non si conosce la quantità di questi prestiti a tassi usurai. Questo perché, nelle occasioni in cui finora il problema è emerso in sede giudiziale, le stesse banche attraverso accordi di conciliazione sono riuscite a non far diventare pubblica la questione.

La stessa Banca di Italia, pur ammettendo di non avere il polso complessivo della situazione, ha annunciato che deve rivedere il sistema di rilevazione dei tassi bancari.

Come è noto, il grosso del tessuto imprenditoriale italiano è fatto da piccole e medie imprese che non sono strutturate per affrontare problematiche di natura finanziaria.
Solo quando i costi di gestione dei loro conti correnti diventano particolarmente alti, gli imprenditori cominciano a porsi domande: così i titolari delle aziende hanno cominciato a rivolgersi a consulenti esterni per cercare di capirci di più.

Tra queste società di consulenza c’è la bresciana SDL Centro Studi.
Si tratta di una società con una trentina di dipendenti, unica rispetto al panorama delle concorrenti perché offre gratuitamente il primo screening sui conti. Negli ultimi due anni e mezzo ha esaminato oltre 29mila conti correnti intestati ad aziende, scoprendo che il 90% è afflitto da questo problema.

Tutto è cominciato nel 2010 quando un avvocato bresciano è stato coinvolto nel fallimento della società di un amico che per la disperazione si è tolto la vita.

Ad un’attenta analisi della situazione societaria della ditta fallita è emerso che i conti erano infettati da usura e soprattutto che la somma degli interessi non dovuti estorti dalle banche l’avrebbe salvata dal fallimento.
Questa scoperta ha spinto a creare una società in grado di scandagliare in maniera rapida la situazione finanziaria di un’impresa evidenziandone le anomalie.

L’accertamento della SDL sui conti aziendali procede secondo vari step.
In primo luogo si verifica se il tasso applicato è inferiore o meno al tasso oltre il quale siamo davanti all’usura.
Ogni tre mesi Banca di Italia segnala i tassi effettivi medi rilevati e segnala i tassi ‘soglia’ su base annua per ogni categoria di operazione e per differenti range di importo oltre cui si verifica l’usura.
L’altro fronte su cui lavora la SDL riguarda l’anatocismo, ovvero l’applicazione di interessi sugli interessi maturati che fanno crescere esponenzialmente il debito.

«Il risultato degli accertamenti è per molti versi inaspettato. Tendenzialmente non sei portato a credere che una banca possa fare una cosa simile», responsabile legale della SDL «ma la cosa impressionante è che in pratica sono coinvolte tutte le banche italiane. Si stanno accanendo sulle nostre aziende, infliggendo costi ben superiori a quanto dovuto».

Nel dettaglio la SDL è entrata dentro le carte di 9845 imprese, prevalentemente dislocate tra il Piemonte, la Lombardia, il Veneto e la Toscana: il 90% dei conti presentava usura e anatocismo.
Secondo i calcoli, poi certificati da commercialisti esterni, quello che le banche non avevano diritto a percepire oscilla tra il 30% e il 70% di quanto prelevato dai conti: si varia molto in base agli istituti di credito e alle tipologie di conto.

Non sono solo i conti correnti delle imprese ad essere attaccati: ciò che emerge è un sistema perverso in cui le banche colpiscono gli imprenditori stessi rivalendosi sul loro patrimonio con l’intento di riuscire a rientrare dei debiti contratti per portare avanti l’attività dell’azienda: spesso, però, una parte di questi è frutto di interessi illegittimi.
Il quadro del fenomeno fatica a venir fuori perché quando un imprenditore si ribella, e cita la banca in tribunale, l’istituto di credito preferisce arrivare a una transazione amichevole e soprattutto segreta.
E’ molto chiaro in tal senso l’accordo raggiunto tra un’azienda bresciana cui SDL ha fatto da consulente e una banca (non si può rendere noto il nome dei soggetti coinvolti altrimenti l’intesa potrebbe saltare) in cui l’istituto di credito ha preferito rinunciare a 350 mila euro dei 650mila concessi come prestito all’azienda. Questo dopo che era intervenuta una sentenza relativa ad un decreto ingiuntivo in cui il giudice rilevava che 42mila euro di debiti dell’impresa con la banca erano frutto di usura e anatocismo.

Secondo il panorama delle conciliazioni esaminate, nessun gruppo creditizio italiano sembra sfuggire a questa strategia.
C.C., un imprenditore del milanese attivo nel settore dei servizi che preferisce rimanere anonimo, si è sentito dire da un direttore di banca: «Non siamo un ente di beneficenza». «Sono furente» commenta l’imprenditore «non solo per i soldi che mi hanno rubato, ma anche i mancati investimenti e la perdita di competitività in campo internazionale».
L’analisi finanziaria dei suoi conti ha evidenziato una richiesta di interessi non dovuti per 200mila euro.

«Fino a un anno fa si trattava esclusivamente di un recupero crediti legittimo. Ora invece stiamo assistendo da parte delle banche a una vera caccia alle imprese per far rientrare a tutti i costi e in tempi rapidi i clienti dei crediti concessi».

Uno scenario per G.P., un imprenditore edile che con il suo gruppo di società detiene un patrimonio di immobili da circa 30 milioni di euro, definisce drammatico: «Sono 40 anni» spiega «che lavoro con le banche, ma in una situazione simile non mi ero mai trovato. Tra l’altro questo attacco indiscriminato alle imprese farà sì che quando ci sarà la ripresa rimarremo bloccati. Il tessuto di piccole e medie aziende che sostengono l’economia italiana nel frattempo sarà stato distrutto».
Manco a dirlo, l’analisi finanziaria dei suoi conti ha evidenziato crediti estorti dalle banche per 1,5 milioni di euro.

L’aspetto più assurdo della vicenda è che gli istituti procedono pressoché impuniti e che l’Abi (Associazione bancaria italiana) non rilascia alcuna dichiarazione.
Il motivo? Non sono tenuti a esercitare il controllo sui loro soci.
Banca d’Italia, che invece questo controllo lo dovrebbe effettuare, sottolinea come «le numerose denunce per usura siano basate sull’impiego di criteri di calcolo difformi».
A questo però aggiunge che «sta rivedendo le istruzioni in materia di rilevazione dei tassi effettivi globali». Insomma, la situazione sembra priva di reale controllo.

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