Corte d’Appello di Roma – Sentenza di Rigetto su Appello promosso da Istituto di credito

Corte di Appello di Roma – Sentenza di rigetto su appello promosso da Istituto di Credito – Nullità del contratto finanziario e condanna al risarcimento dei danni (Prodotto finanziario; Dichiarazione di operatore qualificato: nullità; Consegna documenti: discrasia con la qualifica di operatore qualificato; Offerta fuori sede: necessità del promotore finanziario iscritto all’Albo)

La sentenza emessa il 13.4.2015 dalla Corte di Appello di Roma è interessante per i profili che tratta in modo esaustivo.
Essa attiene il modus operandi di alcune banche nel piazzare i derivati, anche se la causa verteva su altro prodotto finanziario.

La storia

Un cliente di un istituto di credito aveva adito il Tribunale di Viterbo per far dichiarare la nullità di un prodotto finanziario dallo stesso sottoscritto presso la propria azienda.

I motivi avanzati erano molteplici:
• Il direttore della banca si era presentato in azienda e aveva consigliato, facendolo poi sottoscrivere, il prodotto finanziario;
• Il cliente lamenta in giudizio che non aveva ben compreso la natura dell’investimento, perché non informato adeguatamente. Questo il principale motivo di difesa.

La banca si costituisce in giudizio ed eccepisce che – trattandosi di operatore qualificato – non abbisognava di particolare informativa e che l’offerta fuori sede era altresì lecita per lo stesso motivo.
Il tribunale accoglieva la domanda del cliente e dichiarava nullo il prodotto, sulla scorta che l’offerta era avvenuta fuori sede della banca e che, quindi, necessitasse l’opera di un promotore finanziario, come sostenuto dal cliente e dalla sua difesa.
La banca appellava la sentenza di condanna, chiedendone la riforma.
In corso di causa (e per la prima volta) connotava il prodotto come non rientrante tra gli strumenti finanziari.
La Corte, dopo il processo, emetteva la sentenza.
In primis, il giudice bene denota che la qualifica di operatore qualificato (spesso fatta rilasciare ai clienti dei derivati) può ricadere in capo alla società, non a chi l’amministra.
Insomma, non è sufficiente raccogliere una firma.
E’ una prima pronuncia per sistema di appartenenza a categorie.
Di solito, i tribunali vogliono un’effettiva valutazione del cliente che, pur non essendo esperto in materia finanzaria, deve provarlo alla banca.
Solo dopo tale analisi la banca può sentirsi esclusa da ogni responsabilità.
Ma vi è di più: l’aver consegnato al cliente fogli informativi (esclusi nel caso di operatore qualificato) denota senza dubbio che la banca conoscesse chi aveva di fronte.
Altro passaggio rilevante è la conferma dell’avvenuta offerta fuori sede, circostanza questa che necessita dell’opera di un promotore finanziario iscritto all’Albo.
E la Corte si sofferma, sia in rito che nel merito, sul termine “prodotto finanziario”.
L’offerta si considera fuori sede ogni volta che qualsiasi trattativa su prodotti finanziari (anche la semplice prospettazione di acquisto) avviene fuori dai locali della banca.
Una semplice proposta o una firma ottenuta fuori della sede implica l’utilizzo del promotore iscritto all’Albo.
Vi son anche conseguenze penalistiche per esercizio abusivo della professione in capo al dipendente della banca che agisca fuori del suo ufficio (vedasi sentenza sul punto).
Chiaramente tutte le circostanze vanno dimostrate a mezzo testimoni, come avvenuto nel caso di specie.
Due testimoni (dipendenti dell’azienda amministrata dal nostro cliente) hanno ivi affermato che fu il direttore a recarsi in azienda con i documenti da far firmare.
La banca, poi, in appello formula domande nuove che hanno trovato la pronta eccezione e che sono state rigettate in appello sono escluse domanda nuove).
Chi ha conosciuto clienti che hanno sottoscritto derivati, sa che la dinamica era quella di veder presso l’azienda il direttore di banca (cosa vietata), nonostante tale compito sia riservato al promotore finanziario, il quale faceva sottoscrivere una dichiarazione quale “operatore qualificato”, senza spiegare gli effetti e ciò comporta in capo alla banca (secondo le banche) l’esonero di informare il cliente dettagliatamente.
Se accolte le difese (come accolte nel presente processo nei due gradi), il contratto è nullo ovvero può essere risolto con restituzione di tutte le somme pagate.
L’appello viene rigettato e la banca condannata alle spese del giudizio di appello.

Causa dell’avv. Massimo Meloni

Si allega sentenza

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