Corte d’Appello di Roma – Tasso di Mora superiore al Tasso Soglia: Sospeso Rilascio dei Locali di un’Azienda

sospensione rinvio

Portiamo a conoscenza del fondamentale provvedimento ottenuto dall’Avv. Biagio Riccio presso la Corte d’Appello di Roma, che ex art. 283 c.p.c. ha sospeso l’efficacia esecutiva di un provvedimento di I° grado che disponeva il rilascio dei locali di un’azienda in ragione di un contratto di leasing che tuttavia era intriso di usura ab origine. E’ stata infatti accolta la tesi di Sdl che vede l’interesse moratorio quale componente fondamentale del TEG. A tal uopo il Nostro Presidente dott. Calabrò ha redatto un’autorevolissima nota di commento che Vi invitiamo a ponderare con estrema accuratezza.

E’ rarissimo che, in sede di pronunzia ex art. 283 cpc, la Corte di Appello conceda una sospensiva degli effetti esecutivi della sentenza di primo grado: com’è ben noto, solamente per le obbligazione aventi ad oggetto un facere è possibile ottenere un provvedimento di accoglimento, qualora si dimostri un danno grave ed irreparabile.
Per le obbligazioni di dare va provato, di converso, che l’esecutante (nel nostro caso una banca) sia in condizioni di difficoltà ovvero in stato di insolvenza, così da non consentire, prognosticamente, la restituzione della somma conseguita per effetto del provvedimento provvisoriamente esecutivo, in tal modo richiedendosi all’esecutato una vera e propria probatio diabolica.
Può, infine, considerarsi l’obbligazione di consegnare o rilasciare, che si riscontra proprio in tema di leasing traslativo: essa cade quando l’utilizzatore non adempia alla propria obbligazione di pagamento.
La sospensiva, nel caso in rassegna, è data perché, in ragione della perizia SDL, si è dimostrato come il tasso di mora fosse più alto del tasso soglia usurario al momento della pattuizione.
Testualmente, il Giudice dell’inibitoria ha tenuto a precisare che l’interesse moratorio deve anch’esso essere considerato ai fini dell’usurarietà, così come emerge dalla nota Cassazione n.350/13, a prescindere dalla vexata quaestio della sommatoria.
Si consegue, dunque, un altro traguardo nella battaglia contro l’usura: contrariamente alle sentenze di vari Tribunali che, pedissequamente, seguono le direttive della Banca d’Italia e sostengono che il tasso di mora sia disomogeneo rispetto al Teg, la Corte Capitolina si uniforma all’orientamento della Cassazione e statuisce che la mora è elemento decisivo nel costo globale del credito.
A tale conclusione era, del resto, già pervenuto l’A.B.F. con la seguente pronunzia:” gli interessi moratori non si sostituiscono ma vengono ad aggiungersi a quelli corrispettivi. A ciò consegue che laddove l’art.644 c.p 4 comma fosse ritenuto applicabile anche agli interessi moratori, il loro tasso dovrebbe essere sommato a quello degli interessi corrispettivi convenuti tra le parti contraenti, al fine di accertare se sia stato superato il limite imperativamente posto dall’art. 644 3 comma c.p e dell’art. 2 4 comma della legge 108/96 ” (Arbitro Bancario Finanziario – risoluzione stragiudiziale controversie, Collegio di Roma, seduta del 29/11/2013, in www.ilcaso.it).
La questione attinente gli interessi moratori (se debbano o meno essere inseriti come componente remunerativa nel computo del TEG) non nasce ora: il problema è stato ampiamente affrontato dalla Corte di legittimità e da una copiosa giurisprudenza di merito fin dagli inizi dell’anno 2000.
Così sentenziava la Corte Suprema: “L’usurarietà del superamento del “tasso soglia” di cui alla Legge 7 marzo 1996 n. 108, vale anche per le clausole concernenti gli interessi moratori ” (Cass. Civ. 22/04/2000 n. 5286).
Si impongono, ora, alcune fondamentali e sintetiche considerazioni:
1. La legge n. 108 del 1996 ha individuato un unico criterio ai fini dell’accertamento del carattere usurario degli interessi (la formulazione dell’art. 1, 3° comma, ha valore assoluto in tal senso non delineando il legislatore alcuna differenza tra interesse corrispettivo o moratorio).
2. Nel sistema era già presente un chiaro principio di omogeneità di trattamento degli interessi, pur nella diversità di funzione, come emerge anche dall’art. 1224, 1° comma, cod. civ., nella parte in cui prevede che se prima della mora erano dovuti interessi in misura superiore a quella legale, gli interessi moratori sono dovuti nella stessa misura. Il ritardo colpevole, poi, non giustifica di per sé il permanere della validità di un’obbligazione così onerosa e contraria al principio generale posto dalla legge. Nel determinare, perciò, l’usura non vi è differenza alcuna tra interesse corrispettivo ed interesse moratorio: entrambi concorrono alla formazione del TEG.
3. La questione è stata risolta dallo stesso legislatore. Infatti, l’art. 1, comma 1°, del d.l. 29.12.2000, n. 394, di interpretazione autentica dell’art. 644 cod. pen., convertito in legge con modificazioni dall’art. 1, l. 28/02/2001, n. 24, riconduce alla nozione di interessi usurari quelli convenuti «a qualsiasi titolo» e la relazione governativa che accompagna il decreto fa più esplicito riferimento a ogni tipologia di interesse, «sia esso corrispettivo, compensativo o moratorio»: in tal senso si è pronunciata anche la Corte Costituzionale, chiamata ad esprimersi nei giudizi di legittimità costituzionale sollevati dalla l. n. 24/2001.
4. Nello specifico, la Consulta ha precisato, seppure obiter dictum, che “«(v)a in ogni caso osservato – ed il rilievo appare in sé decisivo – che il riferimento, contenuto nell’art. 1, comma 1, del decreto-legge n. 394 del 2000, agli interessi “a qualunque titolo convenuti” rende plausibile – senza necessità di specifica motivazione – l’assunto, del resto fatto proprio anche dal giudice di legittimità, secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori” (Corte Cost., 25/02/2002, n. 29, infra, sez. III – passim : Antonio Tarantino, Usura ed interessi di mora, in Nuova Giur. Civ., 2013, 7-8, 675).
5. La stessa Corte di Cassazione, con una chiara sentenza del 2003, ha ritenuto che: ” in tema di contratto di mutuo, l’art. 1 della legge n. 108 del 1996, che prevede la fissazione di un tasso soglia al di là del quale gli interessi pattuiti debbono essere considerati usurari, riguarda sia gli interessi corrispettivi che gli interessi moratori, ma non si applica ai contratti contenenti tassi usurari stipulati prima della sua entrata in vigore se relativi a rapporti completamente esauriti al momento dell’entrata in vigore della legge ” ( Cass. civ, 04/04/2003, n. 5324).
Dunque, gli interessi moratori sono “altro” rispetto agli interessi corrispettivi.
È stato scritto: “la distinzione tra interessi corrispettivi e quelli moratori attiene in effetti essenzialmente alla funzione che la relativa obbligazione assolve. Gli interessi corrispettivi rappresentano il corrispettivo per l’utilizzo del danaro da parte di chi dovrebbe effettuare la prestazione pecuniaria. Essi hanno pertanto natura di frutti civili secondo la definizione dell’art.820 comma 3 c.c e cioè di frutti che si ritraggono dalla cosa come corrispettivo del godimento che altri ne abbia. Gli interessi corrispettivi in sostanza hanno la funzione di riequilibrare il vantaggio che il debitore ritrae, data la normale produttività della moneta, dal trattenere presso di sé somme di denaro. Essi sono dovuti oggettivamente, a prescindere dalla rilevanza della colpa del debitore in ordine al ritardo nel pagamento della somma dovuta. Gli interessi moratori (che hanno altra funzione) sono dovuti dal giorno della mora e sono altra cosa ed hanno ambito diverso rispetto all’interesse corrispettivo. Hanno una funzione risarcitoria e la loro esistenza è subordinata al morare al ritardo effettivo. Essi sono dovuti dal giorno della mora (1224 comma 1 c.c.) ” (Passim, Valentino Lenoci, Interessi e rivalutazione monetaria, Milano 2013, pagg. 18 – 21).
Quanto al periculum in mora si suppone, nella pronuncia che si commenta, leso l’art.41 della Carta Costituzionale, in quanto l’appellante ha palesato la violazione del diritto di impresa: il periculum in mora è rappresentato, invero, dal fatto che se fosse stata restituita la res, sede dell’impresa, quest’ultima non avrebbe più potuto di fatto esercitare la sua attività professionale.
Secondo altra giurisprudenza di merito “l’esecuzione della sentenza impugnata può essere sospesa soltanto qualora possa derivarne un grave ed irreparabile danno dovendosi intendere, per danno grave, un’eccezionale sproporzione tra il vantaggio ricavabile dall’esecuzione da parte del creditore rispetto al pregiudizio patito dal debitore, per danno irreparabile” (Trib. Caltanissetta, 27/04/2004).
La stessa Corte Suprema, proprio in relazione alla disciplina di cui all’art. 283 c.p.c., ha statuito: “la sospensione della provvisoria esecuzione della sentenza di primo grado che il giudice d’appello, ai sensi dell’art. 283 cod. proc. civ., nel testo novellato dalla legge n. 353 del 1990 può disporre in presenza di “gravi motivi” è rimessa ad una valutazione globale d’opportunità, poiché tali motivi consistono per un verso nella delibazione sommaria della fondatezza dell’impugnazione e per altro verso nella valutazione del pregiudizio patrimoniale che il soccombente può subire” (Cass. civ., Sez. III, 25/02/2005, n° 4060).
Da qui la sospensione ex art.283 cpc che prefigura, nel merito, un più che probabile accoglimento del gravame.

Piero Calabrò

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