Sospensione sentenza di rilascio immobile in leasing Corte di Appello di Roma

Sospensione sentenza di rilascio immobile in leasing – Corte di Appello di Roma

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Siamo enormemente lieti di trasmetterVi il provvedimento ottenuto presso la Corte di Appello di Roma dall’avv. Giovanni Lauro, di cui Vi lasciamo un breve commento:

“Si pubblica provvedimento della Corte di Appello di Roma con il quale è stata sospesa l’efficacia esecutiva dell’ordinanza resa, a seguito di procedimento ex art. 702 bis, dal Tribunale di Roma in data 01.03.17 (in allegato) ed avverso la quale è stato proposto appello a cura dell’ufficio legale dell’Avv. Giovanni Lauro.

Il provvedimento è di fondamentale importanza pratica oltre che giuridica in quanto ha reso possibile il salvataggio di una azienda che, tra uffici e capannone, offre lavoro ad oltre 20 famiglie; se la ditta utilizzatrice non avesse proposto gravame avrebbe subito l’esproprio del capannone e la inesorabile cessazione della propria attività con conseguente licenziamento di tutte le unità produttive.

In accoglimento dell’ istanza cautelare formulata dallo studio legale Lauro fondate, tra l’altro, sul superamento del tasso soglia da parte del tasso di mora pattuito  con conseguente gratuità del contratto (Corte Appello Roma 7.7.16), il Collegio di secondo grado ha dunque sospeso il provvedimento di rilascio e rinviato la causa al 16 aprile 2021.”

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Provvedimento di sospensione, inaudita altera parte, dell’emissione decreto di trasferimento Tribunale di Vasto

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Rimettiamo il fondamentale provvedimento,  peraltro ottenuto inaudita altera parte, emesso dal Tribunale di Vasto a seguito di istanza ex art. 586 c.p.c. dell’Avv. Biagio Riccio.

Le doglianze riguardano principalmente la evidente sproporzione tra il prezzo di mercato del bene e quello di aggiudicazione: il prezzo vile è, difatti, un pericolo per la procedura esecutiva perché ne tradisce i principi ispiratori.

Oltre il danno, anche la beffa per il debitore esecutato.

Quando, però, i giochi erano praticamente già fatti, si rimescolano le carte e si inizia una nuova partita.

 

Di seguito il commento redatto a cura dell’Avv. Raffaele Garofalo dello Studio Legale Riccio:

Sospesa inaudita altera parte l’emissione del decreto di trasferimento: la vendita del bene “a prezzo vile” è un pericolo per la procedura.

Il Giudice dell’Esecuzione presso il Tribunale di Vasto, a seguito di istanza ex art. 586 c.p.c. presentata dall’Avv. Biagio Riccio, ha sospeso inaudita altera parte l’emissione del decreto di trasferimento di un immobile, oggetto di una procedura esecutiva immobiliare.

L’eccezionalità, recte l’unicità, del provvedimento risiede nella scelta del Giusdicente adito di ritenere non manifestamente infondate le doglianze difensive.

Riconoscendo, difatti, la sussistenza sia del fumus boni iuris che del periculum in mora, ha riservato la propria decisione ad un momento successivo alla convocazione delle parti.

Il delegato alla vendita, appurata la corresponsione dell’intera somma da parte dell’aggiudicatario, aveva già trasmesso al Giudice dell’Esecuzione la bozza del decreto di trasferimento: era necessario semplicemente inserire la data del provvedimento ed il gioco sarebbe fatto.

Salta tutto appena il debitore esecutato, per il tramite della prefata istanza, rappresenta al Giudice che il prezzo di aggiudicazione è pari ad ¼ del valore del bene, così come indicato dal perito estimatore nella propria relazione.

Oggetto dell’istanza ex art. 586 c.p.c. è stato, appunto, lo stigmatizzare una pericolosa prassi sempre più frequente nelle procedure esecutive: il bene è stato aggiudicato per € 80.235,00, e quindi ad un valore oltremodo inferiore a quello di mercato e fissato comunque nella perizia estimativa ad € 338.100,00, dunque al di sotto di oltre il 50 per cento.

Atteso che, nel caso di specie, in base agli interventi di tutti i creditori l’esposizione debitoria è comunque pari a € 240.126,42, accade che la detta vendita non soddisfa completamente il ceto creditorio, né libera il debitore ai sensi dell’art. 2740 c.c., che rimarrà tale ancora per lungo tempo.

Ci si trova di fronte ad una marchiana violazione del fondamentale principio dell’espropriazione forzata e della vendita coattiva: ristorare integralmente la pretesa creditoria e liberare dall’obbligazione il debitore.

Con la vendita al di sotto del suo effettivo valore di mercato si frusta il precetto normativo.

Il legislatore infatti utilizza un lessico chiaro ed adamantino: il Giudice dell’Esecuzione è tenuto a sospendere la vendita se il prezzo conseguito non sia quello giusto.

Si ritiene per prassi che quando quest’ultimo scenda al di sotto del 50 per cento, come si è verificato nel caso in rassegna, non si è contemplato lo spirito della norma.

E’ pacifico che, ad opera della parte interessata, con un’istanza, anche prima del decreto di trasferimento, possa essere portata all’attenzione del Giudice la deduzione della sproporzione fra prezzo di vendita, (stabilito nella relativa ordinanza) ed il ricavato conseguito con l’aggiudicazione.

A tal uopo non è corretta la scelta dello strumento dell’opposizione formale, ma occorre una mera istanza ai sensi dell’art. 487 c.p.c., rientrando nei poteri del Giudice dell’esecuzione anche quello di revocare un suo precedente provvedimento (vedi in parte motiva Cass.17.03.2010 n.6487, ma chiarissima è la pronuncia del Tribunale di Napoli del 19.02.1994 in Foro It., 1995, I, 2604. In dottrina TARZIA, La sospensione della vendita forzata immobiliare a prezzo ingiusto, cit., 1091; JACCHERI, Sospensione della vendita forzata ed effetto traslativo (riflessioni alla luce della modifica dell’art. 586 c.p.c. introdotta dalla legge 12 luglio 1991 n. 203), RD PROC., 19993, 825; NELA, 1125 S.; CANANZI, Potere di sospensione della vendita ex art. 586 c.p.c. e riflessi sull’attività del notaio delegato ai sensi della legge n. 302/98, NOT, 1999, 368; BIFFI, Brevi note in tema di sospensione della vendita forzata immobiliare, RD PROC, 1994, 908 s.; CORSARO-BOZZI, 382; Trib. Napoli, 19 febbraio 1994, ord., FI, 1995, I, 2604).

In ordine all’interpretazione dell’art. 586 c.p.c. si è così espressa la migliore letteratura giuridica:

Nella formulazione originale dell’art. 586 c.p.c. era previsto che, una volta effettuato il pagamento del prezzo, l’aggiudicatario acquisisse il diritto ad ottenere l’emissione del decreto di trasferimento, per cui si era sostenuto che il momento traslativo della proprietà del bene venduto era costituito dall’aggiudicazione definitiva. Il testo dell’art. 586 c.p.c. è stato, tuttavia, modificato, come detto, dall’art. 19-bis della legge 12 luglio 1991 n. 203 e, con una disposizione modellata sull’art. 108 co. 3 legge fallimentare, si è riconosciuto al giudice dell’esecuzione il potere di sospendere la vendita “quando ritiene che il prezzo offerto sia notevolmente inferiore a quello giusto“.

Il giudice, dopo l’aggiudicazione definitiva può, quindi, decidere di non emettere il decreto di trasferimento, sospendere la vendita e far regredire il processo al momento iniziale della fase liquidatoria.

Il termine finale, infatti, per sospendere la procedura di vendita è costituito dalla emissione del decreto di trasferimento.

La regressione del procedimento alla fase della emissione dell’ordinanza di vendita, conseguente alla applicazione dell’art. 586 c.p.c., comporta che il Giudice debba dar inizio ad un nuovo procedimento di vendita, adeguando il prezzo base al reale valore del bene.

Sol così, in realtà, non si svilisce il fine ultimo della procedura esecutiva: soddisfare le pretese creditorie liberando, al contempo, il debitore.

In caso contrario, questi resterebbe ancora obbligato a corrispondere la differenza tra la propria esposizione debitoria ed il prezzo di aggiudicazione del bene: oltre al danno anche la beffa.

 

 

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Sezioni Unite della Corte di Cassazione recante n° 21854 del 20/09/2017

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Si rimette un commento alla recentissima pronuncia a Sezioni Unite della Corte di Cassazione recante n° 21854 del 20/09/2017 che conferma, ancora una volta, il carattere vincolante del provvedimento di sospensione dei termini del Pubblico Ministero, emesso ai sensi e per gli effetti dell’art. 20, co. 7 L. 44/1999.

Ponendo la parola “fine” a prassi distorte presso le Procure ed i Tribunali d’Italia, individua l’iter per ottenere la richiesta sospensione, attraverso il lavoro certosino e lo studio approfondito della normativa da parte del professionista assegnatario della posizione.

Palese dimostrazione del suo giusto operato conformemente a quanto dispone la Legge in materia, è, senz’altro, l’ordinanza di sospensione della procedura esecutiva emessa dal Giudice dell’Esecuzione, dopo aver preso atto del provvedimento di sospensione dei termini del Pubblico Ministero, ottenuta dallo Studio Legale dell’Avv. Biagio Riccio presso il Tribunale di Castrovillari dopo la redazione di una querela con contestuale istanza di accesso al Fondo ex L. 108/1996 da parte dell’Avv. Raffaele Garofalo, su precise e concordate linee-guida dell’Avv. Biagio Riccio.
Di seguito il commento alla pronuncia della Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, n° 21854 del 20/09/2017 ad opera dell’Avv. Raffaele Garofalo dello Studio Legale dell’Avv. Biagio Riccio:

Il Giudice dell’Esecuzione è vincolato al contenuto del provvedimento di sospensione ex art. 20, co. 7 L. 44/1999 del Pubblico Ministero: la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, mette la parola “fine” all’annosa questione.

La Suprema Corte, a Sezioni Unite, con la pronuncia n° 21854 del 20/09/2017 sale in cattedra.

Con una interpretazione chiarificatrice non lascia spazio ad esegesi alternative, spesso e volentieri fantasiose, al contenuto cristallino dell’art. 20, co. 7 della L. 44/1999 in ordine al provvedimento di sospensione disposto dal Sostituto Procuratore della Repubblica per fatti di usura ed alla sua caratteristica vincolatività per il Giudice dell’Esecuzione.

Espleta un intervento nomofilattico in un campo d’azione ove per troppo tempo si è assistito ad un modus operandi sia da parte del Pubblico Ministero che del Giudice dell’Esecuzione ad usum delphini del dettato normativo, peraltro distinto e distante dalla ratio legis, ed ha enunciato il seguente principio di diritto:

Il giudice dell’esecuzione cui sia stato trasmesso il provvedimento del pubblico ministero che, sulla base dell’elenco fornito dal prefetto, dispone la “sospensione dei termini” di una procedura esecutiva a carico del soggetto che ha chiesto l’elargizione di cui alla legge n. 44 del 1999, non può sindacare né la valutazione con cui il pubblico ministero ha ritenuto sussistente il presupposto della provvidenza sospensiva, né l’idoneità della procedura esecutiva ad incidere sull’efficacia dell’elargizione richiesta dall’interessato.

Spetta invece al giudice dell’esecuzione sia il controllo della riconducibilità del provvedimento del pubblico ministero alla norma sopra citata, sia l’accertamento che esso riguarda uno o più processi esecutivi pendenti dinanzi al suo ufficio, sia la verifica che nel processo esecutivo in corso o da iniziare decorra un termine in ordine al quale il provvedimento di sospensione possa dispiegare i suoi effetti” (cfr. Pronuncia a Sezioni Unite della Cassazione n° 21854 del 20/09/2017).

Casus belli è il carattere vincolante per il Giudice dell’Esecuzione del provvedimento di sospensione del Pubblico Ministero.

Ripercorrendo storicamente l’iter della disposizione normativa in parola, la Suprema Corte è ritornata sulla distinzione ontologica tra le due formulazioni, ante e post riforma della L. 3/2012: se dapprima, difatti, per la concessione dell’istata sospensione dei termini era necessario il parere vincolante del Prefetto, espressione del potere amministrativo, essa ora è disposta su provvedimento favorevole del Procuratore della Repubblica competente per le indagini sul reato di usura od estorsione.

La differenza non è di poco conto se si tiene in debita considerazione uno dei principi cardini dell’ordinamento statuale: la separazione dei poteri, di montesquiana memoria.

Nella prima versione della norma, il Giudice dell’Esecuzione, nel proprio ambito operativo, vedeva limitarsi dal parere vincolante di un Organo non appartenente al proprio ordine: è il potere amministrativo che influisce su quello giudiziario.

Dopo l’intervento legislativo del 2012, invece, è il provvedimento favorevole del Pubblico Ministero ad incidere sulle procedure esecutive in corso: in questo caso, entrambi i protagonisti, Procuratore della Repubblica e Giudice dell’Esecuzione, sono espressione dello stesso Potere dello Stato, quello giudiziario.

Anche per questa seconda riformulazione della norma, ci si è lamentati di un’ingerenza nel processo decisionale del dominus dell’esecuzione: ciò che è senz’altro un’interferenza non è assolutamente da intendersi come una compressione del suo potere.

Ciò che, però, è stato sinora completamente travisato è il carattere temporaneo e non decisorio del provvedimento di sospensione adottato dal Pubblico Ministero ai sensi e per gli effetti dell’art. 20, co. 7 della Legge 44/1999, e peraltro non coessenziale all’esercizio dell’azione penale.

È intervenuta, altresì, una pronuncia della Corte Costituzionale recante n° 192 del 2014 per specificare il carattere non discrezionale del provvedimento del Pubblico Ministero che resta, in ogni caso, connesso alla presentazione dell’istanza di accesso al Fondo per le vittime di usura ed estorsione, e quindi prima ancora di disporre le necessarie ed indifferibili indagini preliminari sul caso specifico posto alla sua attenzione.

A tal riguardo si rimanda alla nota redatta dall’Avv. Biagio Riccio e pubblicata sul più importante portale giuridico on-line “Dejure” della casa editrice Giuffré su un analogo provvedimento di sospensione ottenuto presso la Procura della Repubblica di Torino.

La vera natura di questo suo decisum, difatti, risiede in estensione dell’attività d’indagine preliminare, prodromica all’accertamento del fatto costituente reato.

Per evitare che nell’iter d’approvazione dell’istanza possano peggiorare le condizioni economiche del richiedente, oggetto a procedimenti di espropriazione immobiliare, si è individuato un rimedio che possa scongiurare temporaneamente (massimo 300 giorni) questa minaccia.

Nelle more che si espleti l’istruttoria sull’istanza da parte della Prefettura e le indagini preliminari sul reato di usura da parte del Pubblico Ministero, le procedure esecutive pendenti conoscono un periodo temporaneo di sospensione.

Il Giudice dell’Esecuzione, al quale viene trasmesso il provvedimento del Pubblico Ministero, non può su questo sindacare ma, presone atto del contenuto, disporre con ordinanza la sospensione: è vincolato ad esso e non è possibile l’esplicarsi su questo alcun controllo se non quello di una coincidenza soggettiva tra il soggetto richiedente l’accesso al Fondo ed il debitore esecutato.

Palese dimostrazione di questo automatismo la si rinviene nel provvedimento di sospensione emesso dal Giudice dell’Esecuzione di Castrovillari a seguito del provvedimento favorevole del Procuratore della Repubblica di Cosenza su un’istanza di accesso al fondo acclusa ad una querela redatta dall’Avv. Raffaele Garofalo dello Studio Legale dell’Avv. Biagio Riccio.

Con la presentazione della querela, la Pubblica Accusa è stata immediatamente notiziata della richiesta di accesso al Fondo per le vittime di usura da parte della persona offesa, con l’indicazione analitica della procedura esecutiva di cui se ne chiedeva la sospensione dei termini.

Acclarata detta circostanza, ha disposto la sospensione e comunicato il proprio provvedimento al Giudice dell’Esecuzione che, presone atto, l’ha disposta con ordinanza.

È fondamentale che il modus operandi del professionista sia improntato alla strenua difesa del diritto alla proprietà, costituzionalmente garantita, del debitore esecutato, minacciato da una procedura azionata e proseguita su presupposti marchianamente illeciti quando v’è la presenza di pattuizione usurarie nel contratto stipulato.

Si mette la parola fine ad inspiegabili provvedimenti di diniego della sospensione dei termini da parte di Pubblici Ministeri poco solerti ad applicare il dettato cristallino della norma in questione oltre che di Giudici dell’Esecuzione che non recepivano il provvedimento del Pubblico Ministero disponendo la sospensione della procedura esecutiva.

 

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Provvedimento di sospensione termini Procura della Repubblica di Cosenza

Provvedimento di sospensione termini Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cosenza

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Pubblichiamo il fondamentale provvedimento di sospensione dei termini ex art. 20, co. 7 L. 44/1999 ottenuto presso la Procura della Repubblica di Cosenza a seguito di precisa querela ed annessa istanza di accesso al fondo anti-usura redatte dall’Avv. Raffaele Garofalo sulle puntuali e concordate linee-guida dell’Avv. Biagio Riccio.

Il Pubblico Ministero, accogliendo integralmente le doglianze rappresentate nei prefati atti, ha disposto la sospensione per giorni 300 di una procedura esecutiva  ove era prevista la vendita dei beni staggiti, evitando così, durante la fase delle indagini preliminari, che l’immobile fosse posto all’asta e ceduto a terzi.
Di seguito il commento:

Sospese le aste di una procedura esecutiva: la querela e l’istanza di accesso al fondo hanno fatto “centro”.

Il Procuratore della Repubblica di Cosenza, il Dr. Mario Spagnuolo, con un pregevole provvedimento ha disposto la sospensione di una procedura esecutiva immobiliare pendente presso il Tribunale di Castrovillari.

La scaturigine del prefato fondamentale decisum discende dalla redazione di una querela ad opera dell’Avv. Raffaele Garofalo, su precise linee-guida discusse e concordate con il titolare dello Studio Legale l’Avv. Biagio Riccio, ove sono state descritte e stigmatizzate le condotte illecite dell’istituto di credito.

La Banca Intesa San Paolo, difatti, non solo ha stipulato con il Cliente un contratto di mutuo caratterizzato dalla pattuizione di interessi e commissioni marchianamente illecite, perpetrando, a tal uopo, l’elemento oggettivo del reato di usura bancaria, ma ha azionato una procedura esecutiva immobiliare volta a recuperare, dalla vendita degli immobili staggiti, il presunto quantum debeatur dal debitore esecutato.

È necessario ed indifferibile che il Sostituto Procuratore della Repubblica assegnatario del fascicolo delle indagini preliminari, prima ancora di predisporre una consulenza tecnica d’ufficio che confermi gli assunti degli elaborati peritali di parte effettuati dalla “Blue Line Consulting” su indicazione della compagine societaria Sdl Centrostudi s.p.a., provveda sull’istanza di sospensione dei termini acclusa alla querela e richiesta ex art. 20, co. 7 L. 44/1999.

Trattasi di un provvedimento di natura cautelare, e quindi provvisorio, che consente all’Autorità Giudiziaria Inquirente di poter svolgere le proprie indagini sul reato di usura senza che gli effetti perniciosi di una vendita immobiliare vanifichino l’esigenza di giustizia richiesta dalla persona offesa del reato.

Si assisterebbe, difatti, alle conseguenze dell’assurdo brocardo: mentre il medico (n.d.r., il Pubblico Ministero) studia, il malato (n.d.r., la persona offesa) muore.

Sulla natura del provvedimento sospensivo e sulla discrezionalità del P.M. nel concederla si è recentemente espressa la Corte Costituzionale nella importante sentenza recante n° 192/2014:

Non è fondata la q.l.c. dell’art. 20, comma 7, l. 23 febbraio 1999 n. 44, come sostituito dall’art. 2, comma 1, lett. d) n. 1), l. 27 gennaio 2012 n. 3, censurato, in riferimento agli art. 101, comma 2, e 111, commi 1 e 2, cost. in quanto il legislatore avrebbe attribuito ad un organo, il p.m., diverso dal giudice naturale precostituito per legge e designato per la trattazione e definizione della singola controversia, il potere di incidere direttamente e quindi decidere (sia pure in via interlocutoria), con un provvedimento di sospensione dei termini assegnati dal giudice, la proroga dei termini di scadenza degli adempimenti amministrativi, per il pagamento dei ratei dei mutui bancari e ipotecari e per gli adempimenti fiscali, nonché la sospensione dei termini processuali in favore dei soggetti persone offese dei delitti di usura e di estorsione che abbiano utilmente formulato la richiesta al procuratore della Repubblica competente.

Invero, non sussiste la violazione dell’art. 101, comma 2, cost. in quanto la sospensione dei termini prevista dai primi quattro commi dell’art. 20 non è discrezionale ma è legata alla presenza della richiesta dell'”elargizione” o del mutuo senza interessi e al p.m. compete la mera verifica di riferibilità della comunicazione del prefetto alle indagini per delitti che hanno causato l’evento lesivo condizione dell’elargizione.

Il relativo provvedimento non concerne, dunque, l’esercizio dell’azione penale né l’attività di indagine ad essa finalizzata e non si traduce in una illegittima compressione della funzione giurisdizionale del giudice civile.

Infine, non sussiste la violazione dell’art. 111, commi 1 e 2, cost. in quanto la ricostruzione del dato normativo operata dal rimettente non tiene conto della ratio e della portata dell’intervento legislativo censurato, che, avendo un carattere meramente temporaneo e non decisorio, non ha alcuna influenza sostanziale sul giudizio civile (sent. n. 457 del 2005; ord. n. 296 del 2013).

A tal riguardo si rimanda alla nota redatta dall’Avv. Biagio Riccio e pubblicata sul più importante portale giuridico on-line “Dejure” della casa editrice Giuffré su un analogo provvedimento di sospensione ottenuto presso la Procura della Repubblica di Torino.

Il Pubblico Ministero, appurata la presentazione dell’istanza di accesso al Fondo istituito per le vittime del reato di usura ed estorsione dalla L. 108/1996, dispone la sospensione di tutte le procedure esecutive in atto per la durata di 300 giorni.

A sua volta, il Giudice dell’Esecuzione, preso atto del prefato provvedimento, ordina la sospensione dell’espropriazione immobiliare.

All’esito delle indagini preliminari, il Pubblico Ministero accertata la sussistenza dell’elemento oggettivo del reato di usura e soggettivonell’accezione di dolo di funzione (così come prospettato in una fondamentale ordinanza del Giudice delle Indagini Preliminari di Barcellona Pozzo di Gotto, ottenuta sempre dall’Avv. Biagio Riccio in collaborazione con l’Avv. Raffaele Garofalo), potrà sostenere l’accusa in giudizio per la punizione di quest’annoso reato, specchio della famelica ingordigia degli istituti di credito.

Il combinato disposto dell’art. 644 c.p. con l’art. 1815 del c.c. dispone la non debenza degli interessi, con il solo pedissequo obbligo di restituzione della quota capitale: il mutuatario, rientra in bonis, nella gestione del contratto dal quale era decaduto, e sventa definitivamente il pericolo della messa all’asta dei suoi immobili per un credito tutt’altro che certo, liquido ed esigibile perché intriso di usura.

Per lo Studio Legale dell’Avv. Biagio Riccio

Avv. Raffaele Garofalo

 

 

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