L’impunità delle banche al cospetto della peste economica: il libro di Riccio e Santoro presentato a Roma.

L’impunità delle banche al cospetto della peste economica: articolo de L’Avanti scritto a quattro mani dall’Avv. Riccio e dal Dott. Santoro.

Qual è il ruolo originario degli istituti di credito? Qual è il ruolo affidato loro dalla Costituzione italiana? E che cosa sono diventate oggi le banche?
Ce lo spiega l’avvocato Riccio con la solita maestria la capacità narrativa che lo contraddistingue.

Di seguito l’articolo in oggetto.

In allegato anche la locandina che annuncia che il giorno  mercoledì 17 dicembre p.v. alle ore 11.30 presso la biblioteca Giovanni Spadolini- Senato, Roma, si terrà la presentazione del libro Istituti discredito, scritto a quattro mani dal nostro avvocato Biagio Riccio insieme al dottor Angelo Santoro.  il vice Ministro Nencini ed il direttore de L’Avanti Senatore Mauro Del Bue. Saranno presenti gli autori.

 

Come ha recentemente ritenuto Raffaele La Capria, (Novant’anni di impazienza, un’autobiografia letteraria editore Minimum fax Roma 2013 pagina 23) un fenomeno, un fatto, è intellegibile e se ne scopre la sua intelaiatura costitutiva, anche se lo si rappresenti attraverso una struttur simbolica.

Per il grande giornalista e scrittore partenopeo, rinomato per i suoi elzeviri sul “Corriere della sera” e per aver dato alle stampe il bellissimo libro “Ferito a morte”, lastruttura simbolica costituisce il filo rosso, che conduce alla comprensione del fatto che si intende esaminare.

Si vanno dunque ad illustrare, attraverso un processo allegorico, le determinazioni strutturali che il fatto può presentare, comparandolo al simbolo che si intende porre in contraltare.

Egli, per esempio, lo configurava nella bella giornata, intorno alla quale ha fatto ruotare i personaggi delle sue storie, sempre alla rincorsa dell’armonia perduta.

Attraverso la simbologia della bella giornata si può provare la felicità, l’incantamento della serenità, che consente di dire: “la vita è ciò che accade mentre ci occupiamo di altro”.

Intendiamo ripercorrere in questo articolo il grave fenomeno che colpisce chi è inesorabilmente segnalato alla centrale rischi del sistema della Banca di Italia (Delibera C.I.C.R. del 29 marzo 1994 Disciplina della Centrale dei rischi. Coordinamento con le norme del Testo unico delle leggi in materia creditizia e finanziaria).

Oramai attraverso la segnalazione si provoca, ineluttabilmente, la distruzione dell’Impresa e si rende incipiente il grave danno: l’impossibilità di poter accedere ad altre fonti di credito, indispensabili per un nuovo processo di intrapresa economica.

Chi è segnalato esce dal mondo dell’imprenditoria ed è rimosso dal circuito produttivo.

La segnalazione alla centrale rischi rappresenta una gogna, la mormorazione telematica, che porta al pubblico ludibrio, alla definitiva marchiatura del soggetto, non più assimilabile dal sistema.

Si pone il segnalato come imprenditore marcio, come mela bacata, non più affidabile per gli istituti di credito che buttano via, come ciarpame, materiale di risulta, la sua impresa, che deve solo scomparire, fallire e subire, senza che nulla si possa fare altrimenti , il linciaggio morale, scaturito dalle peggiori  vessazioni bancarie.

Ecco la struttura simbolica: la devastazione che si è provocata con il fenomeno della ingiusta segnalazione alla centrale rischi, assurge oramai a tragedia dell’economia per i suoi effetti perniciosi.

Siamo ad una nuova peste con un untore, che però non subirà alcun processo.

Infatti anche se le banche dovessero incautamente sbagliare nel segnalare quella impresa alla centrale rischi, perchè non ne sussistano i presupposti, non subiscono nessuna punizione dall’ordinamento.

Si evidenzia dunque un vuoto normativo nel sistema giuridico: manca una legge che commini alle banche una punizione, se errano nel segnalare un correntista alla centrale rischi.

La struttura simbolica è la peste, perché come appestati sono quelli segnalati è come tali, in modo infamante devono essere allontanati, confinati, spazzati via, perché provocano un ulteriore contagio.

La peste è la peggiore delle malattie, perché porta con se separazione, esilio, bestialità.

Si è parlato in letteratura di una metafisica della peste, per illustrare proprio una categoria metastorica e filosofica, atta a farci comprendere, simbolicamente, il fenomeno della devastazione e dell’annichilimento umano.

Parole mirabili, inscalfibili sono state scritte, in proposito, in un bellissimo romanzo di Albert Camus “La Peste”.

E’ ambientato ad Orano, una città tranquilla dell’Algeria. Il romanzo fu scritto all’indomani della seconda guerra mondiale e nella sua struttura simbolica intendeva richiamare il fenomeno del nazismo, che provocò l’Olocausto.

Nella poetica del grande scrittore francese una tragedia dell’umanità, di così pervicace portata, non doveva più ripetersi, seppure declinata con altri totalitarismi.

Ebbene la peste è in primo luogo separazione, esilio, allontanamento, rimozione: “chi ne è colpito non riesce più a risalire la china, non pensa mai al giorno della sua liberazione dalla malattia, tiene sempre gli occhi bassi, è incagliato a mezza via tra gli abissi e le cime, la speranza con il futuro ricongiungimento con la vita è lontana, si vive nell’abbandono ed i giorni passano senza direzione. Ci si sente come un’ombra errante, spenta in sterili ricordi, radicata nella terra del dolore, con una memoria desertificata: l’unico rimedio è la fantasia: far correre i treni e colmare le ore che passano inesorabili e nell’assoluta inanità, solo con i ripetuti rintocchi di un campanello, sebbene ostinatamente silenzioso” (passim: La Peste Albert Camus Bompiani editore ristampa 2014 pagine da 52 a 58).

Ma prima della peste c’è la carestia.

Ed ecco la copia di quel ritratto doloroso.

Ad ogni passo botteghe chiuse; le fabbriche in gran parte deserte; le strade, un indicibile spettacolo, un corso incessante di miserie… Garzoni e giovani licenziati da padroni di bottega, che, scemato o mancato affatto il guadagno giornaliero, vivevano stentatamente degli avanzi e del capitale dei padroni stessi, per cui il cessar delle faccende era stato fallimento e rovina: operai e anche maestri di ogni manifattura e di ogni arte, delle più comuni come delle più raffinate, delle più necessarie, come quelle di lusso, vaganti di porta in porta, di strada in istrada, appoggiati alle cantonate, accovacciati sulle lastre, lungo le case e le chiese, chiedendo pietosamente l’elemosina o esitanti tra il bisogno e una vergogna non ancora domata, smunti, spossati, rabbrividiti dal freddo e dalla fame nei panni logori e scarsi, ma che in molti serbavano ancora i sogni di un’antica agiatezza; come nell’inerzia e nell’avvilimento, compariva non so quale indizio di abitudini operose e franche. Mescolati tra la deplorabile turba, e non piccola parte di essa, servitori licenziati da padroni caduti allora dalla mediocrità nella strettezza o che quantunque facoltosissimi si trovavano inabili, in una tale annata, a mantenere quella solita pompa di seguito. Ed a tutti questi diversi indigenti si aggiunga un numero di altri, avvezzi in parte a vivere del guadagno di essi: bambini, donne, vecchi, aggruppati con i loro antichi sostenitori, o dispersi in altre parti all’accatto” (Alessandro Manzoni i Promessi Sposi capitolo XXVIII pagina 581 Le Monnier Editore a cura di Natalino Sapegno).

E’ la condizione di chi è segnalato: se prima godevi della fiducia della tua banca, dopo la segnalazione i fidi vengono contratti, si riducono sino alla revoca tassativa. La banca reclama il rientro, il ripianamento del debito senza considerare che forse, e senza forse, il suo credito può essere intriso di usura, di anatocismo, non secundum legem, ma contra ius, contro la legge.

Ma intanto, prima che si possa richiedere un intervento giurisdizionale che ponga giustizia e metta ordine, il correntista deve rientrare assolutamente, pena una procedura ingiuntiva che possa escutere le fideiussioni fornite e costituire titolo per un’ipoteca giudiziale, che inesorabilmente condurrà al pignoramento.

La segnalazione è aberrante, perché provoca l’allarme nel sistema ed induce le altre banche al richiamo del correntista: tenere l’ordine per i propri conti. Se non potrà cancellarla in un torno di tempo ragionevole, gli stessi istituti saranno costretti, anche essi, a tagliare le linee di credito concesse, a revocare i fidi.

E’ la fine dell’impresa, il suo fallimento con la inevitabile ricaduta, ad effetto cascante, per gli operai che saranno licenziati, per i fornitori che non saranno più pagati, per gli stessi imprenditori che affolleranno ed impingueranno le fila dei disoccupati.

E non possono rientrare nel sistema, né chiedere altri fidi ad altri istituti di credito. Subiranno protesti cambiari.

Perderanno anche l’onore di essere prima che imprenditori padri di famiglia, mariti. Avvertiranno, quel danno esistenziale, perdurante, endemico, che si racchiude e si identifica nella perdita di sé, conosceranno il lazzaretto.

Oggi il sistema della segnalazione alla centrale rischi è divenuto estorsivo e ritorsivo.

Se un correntista intende mettere in discussione il suo rapporto con una banca, perché per esempio intende verificare ed appurare in che modo siano stati trattati i suoi conti e dunque reclama, attraverso una lettera o una citazione giudiziale che gli siano restituiti interessi che la banca abbia trattenuto illegalmente, per tutta risposta ed inauditamente viene segnalato alla centrale rischi. Tale grave, ingiusto ed illegittimo comportamento non viene punito da nessuna legge: quest’ultima è a difesa del più forte.

È un sistema che produce solo devastazione e peste economica: le banche dovrebbero richiedere una segnalazione alla centrale rischi, solo se ne ricorrono le condizioni e dopo aver sentito all’uopo l’imprenditore.

La condizione per essere segnalati è quella di un’incipiente stato di insolvenza, non altro richiede la legge. Ha statuito la Cassazione: “la segnalazione alla Centrale dei Rischi presuppone una situazione di difficoltà non transitoria di adempiere che costituisce una manifestazione levior dello stato di insolvenza di cui all’art. 5, l. fall. R D. n. 267/1942 – e non si sostanzia nell’inadempimento, né nella dichiarazione esplicita di non voler adempiere. Il discredito che deriva da una illegittima segnalazione alla Centrale dei Rischi è tale da ingenerare una presunzione di scarso affidamento dell’impresa e da connotare come rischiosi gli affidamenti già concessi; con inevitabile perturbazione dei suoi rapporti economici, e una perdita di tipo analogo a quello indicato dall’art. 1223 c.c., costituita dalla diminuzione o dalla privazione di un valore del soggetto e conseguentemente del suo patrimonio alla quale il risarcimento deve essere commisurato(Cass. civ. Sez. I, 24-05-2010, n. 12626).

Accade invece che si è segnalati, perché si determina un semplice sconfinamento, un inadempimento di una rata di un mutuo, di un piano di rientro: non vi può essere in questi casi comparazione ad una strutturale crisi dell’impresa, che culmini con la decozione.

C’è dunque un uso smodato ed incontrollato, profondamente illegale dello strumento della centrale rischi.

Le Banche impunite sono paragonabili agli untori che spargono peste, imbrattando le mura della città di unguenti malefici: l’aria è infestata ed è insopportabile.

Ma non c’è processo alcuno per i più forti. L’impunità delle banche produce miseria e peste nel silenzio omertoso del Sistema.

Una banca, senza ritegno, segnala, perché deve impaurire l’imprenditore o punirlo.

Si ha l’estorsione laddove si fa abuso di uno strumento della legge, non predisposto per colpire il semplice inadempimento, ma la decozione dell’impresa.

Lo si utilizza improvvidamente e ritorsivamente per dissuadere quell’imprenditore che abbia avuto il coraggio di chiedere in via giudiziale la restituzione di interessi e somme che la banca abbia intrattenuto illegalmente.

Dunque senza neppure convocare l’imprenditore, che non versi in uno stato di decozione, ma che sia stato semplicemente inadempiente, la banca ex abrupto, senza sentir ragione alcuna, segnala alla centrale rischi.

E’ un sistema che induce all’ abominio, che può essere colpito solo con un intervento giurisdizionale, che avviene sempre ex post e si esplicita nel ricorso ad un provvedimento di urgenza.

Ma nessuna legge oggi è presente nell’ordinamento per infliggere e comminare una pena giusta alle banche che, come untori autorizzati, disseminano la peste economica, provocando fallimenti ed ingiustizie nel tessuto produttivo.

La peste che si è determinata e quella allegoricamente descritta nel bellissimo romanzo di Josè Saramago, “Cecità”.

Egli la definisce male bianco: immagina un contagio attraverso la cecità (tutti diventeranno ciechi) che colpisce chiunque con il semplice contatto fisico.

Ma ne è chiaro il messaggio morale sotteso: cecità è vivere in un mondo dove non vi sia più speranza, ove la vita è fragile, se la si abbandona.

Così le banche che senza ottemperare alla precipua funzione di raccogliere il risparmio ed alimentare la ricchezza nel virtuoso processo di solidarietà, lasciano al suo destino cinico e baro l’impresa.

La cecità, come la peste, provoca la distruzione di ogni legame: “siamo fatti per metà di indifferenza e metà di cattiveria; è una vecchia abitudine dell’umanità, passare accanto ai morti e non vederli. Il mondo è pieno di ciechi vivi e lottare è sempre stato una forma di cecità”.

L’umanità diventa bestiale, feroce, incapace di vedere e distinguere le cose razionalmente; si determina, con il propagarsi della immaginaria malattia, la guerra di tutti contro tutti, sino a quando l’uomo diventa lupo per l’altro, homo homini lupus: “non siamo diventati ciechi, secondo me siamo ciechi che pur vedendo, non vedono. La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano…Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco. E’ arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi. La città era ancora lì”. (Cecità di Jose Saramago Bompiani editore)

La peste abbrutisce, annichilisce. Si perde tutto anche la pelle. Lo ha scritto in un libro (La pelle nella nuova edizione curata da Adelphi) Curzio Malaparte:” perdono tutto, sono pronti a vendere qualsiasi cosa pur di sopravvivere – i propri cari, la propria dignità, la propria pelle”.

La pelle è a conti fatti l’ultima fragile frontiera fra essere e nulla. È la metafora di quello che resta al fondo delle catastrofi, è “l’ultimo atto nella vicissitudine dei corpi”.

E’ la condizione dei segnalati senza giustizia e senza pace, lasciati annichiliti a se stessi.

Si muova il sistema e si punisca l’untore: la bancocrazia.

Biagio Riccio

Angelo Santoro

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