Provvedimento di sospensione, inaudita altera parte, dell’emissione decreto di trasferimento Tribunale di Vasto

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Rimettiamo il fondamentale provvedimento,  peraltro ottenuto inaudita altera parte, emesso dal Tribunale di Vasto a seguito di istanza ex art. 586 c.p.c. dell’Avv. Biagio Riccio.

Le doglianze riguardano principalmente la evidente sproporzione tra il prezzo di mercato del bene e quello di aggiudicazione: il prezzo vile è, difatti, un pericolo per la procedura esecutiva perché ne tradisce i principi ispiratori.

Oltre il danno, anche la beffa per il debitore esecutato.

Quando, però, i giochi erano praticamente già fatti, si rimescolano le carte e si inizia una nuova partita.

 

Di seguito il commento redatto a cura dell’Avv. Raffaele Garofalo dello Studio Legale Riccio:

Sospesa inaudita altera parte l’emissione del decreto di trasferimento: la vendita del bene “a prezzo vile” è un pericolo per la procedura.

Il Giudice dell’Esecuzione presso il Tribunale di Vasto, a seguito di istanza ex art. 586 c.p.c. presentata dall’Avv. Biagio Riccio, ha sospeso inaudita altera parte l’emissione del decreto di trasferimento di un immobile, oggetto di una procedura esecutiva immobiliare.

L’eccezionalità, recte l’unicità, del provvedimento risiede nella scelta del Giusdicente adito di ritenere non manifestamente infondate le doglianze difensive.

Riconoscendo, difatti, la sussistenza sia del fumus boni iuris che del periculum in mora, ha riservato la propria decisione ad un momento successivo alla convocazione delle parti.

Il delegato alla vendita, appurata la corresponsione dell’intera somma da parte dell’aggiudicatario, aveva già trasmesso al Giudice dell’Esecuzione la bozza del decreto di trasferimento: era necessario semplicemente inserire la data del provvedimento ed il gioco sarebbe fatto.

Salta tutto appena il debitore esecutato, per il tramite della prefata istanza, rappresenta al Giudice che il prezzo di aggiudicazione è pari ad ¼ del valore del bene, così come indicato dal perito estimatore nella propria relazione.

Oggetto dell’istanza ex art. 586 c.p.c. è stato, appunto, lo stigmatizzare una pericolosa prassi sempre più frequente nelle procedure esecutive: il bene è stato aggiudicato per € 80.235,00, e quindi ad un valore oltremodo inferiore a quello di mercato e fissato comunque nella perizia estimativa ad € 338.100,00, dunque al di sotto di oltre il 50 per cento.

Atteso che, nel caso di specie, in base agli interventi di tutti i creditori l’esposizione debitoria è comunque pari a € 240.126,42, accade che la detta vendita non soddisfa completamente il ceto creditorio, né libera il debitore ai sensi dell’art. 2740 c.c., che rimarrà tale ancora per lungo tempo.

Ci si trova di fronte ad una marchiana violazione del fondamentale principio dell’espropriazione forzata e della vendita coattiva: ristorare integralmente la pretesa creditoria e liberare dall’obbligazione il debitore.

Con la vendita al di sotto del suo effettivo valore di mercato si frusta il precetto normativo.

Il legislatore infatti utilizza un lessico chiaro ed adamantino: il Giudice dell’Esecuzione è tenuto a sospendere la vendita se il prezzo conseguito non sia quello giusto.

Si ritiene per prassi che quando quest’ultimo scenda al di sotto del 50 per cento, come si è verificato nel caso in rassegna, non si è contemplato lo spirito della norma.

E’ pacifico che, ad opera della parte interessata, con un’istanza, anche prima del decreto di trasferimento, possa essere portata all’attenzione del Giudice la deduzione della sproporzione fra prezzo di vendita, (stabilito nella relativa ordinanza) ed il ricavato conseguito con l’aggiudicazione.

A tal uopo non è corretta la scelta dello strumento dell’opposizione formale, ma occorre una mera istanza ai sensi dell’art. 487 c.p.c., rientrando nei poteri del Giudice dell’esecuzione anche quello di revocare un suo precedente provvedimento (vedi in parte motiva Cass.17.03.2010 n.6487, ma chiarissima è la pronuncia del Tribunale di Napoli del 19.02.1994 in Foro It., 1995, I, 2604. In dottrina TARZIA, La sospensione della vendita forzata immobiliare a prezzo ingiusto, cit., 1091; JACCHERI, Sospensione della vendita forzata ed effetto traslativo (riflessioni alla luce della modifica dell’art. 586 c.p.c. introdotta dalla legge 12 luglio 1991 n. 203), RD PROC., 19993, 825; NELA, 1125 S.; CANANZI, Potere di sospensione della vendita ex art. 586 c.p.c. e riflessi sull’attività del notaio delegato ai sensi della legge n. 302/98, NOT, 1999, 368; BIFFI, Brevi note in tema di sospensione della vendita forzata immobiliare, RD PROC, 1994, 908 s.; CORSARO-BOZZI, 382; Trib. Napoli, 19 febbraio 1994, ord., FI, 1995, I, 2604).

In ordine all’interpretazione dell’art. 586 c.p.c. si è così espressa la migliore letteratura giuridica:

Nella formulazione originale dell’art. 586 c.p.c. era previsto che, una volta effettuato il pagamento del prezzo, l’aggiudicatario acquisisse il diritto ad ottenere l’emissione del decreto di trasferimento, per cui si era sostenuto che il momento traslativo della proprietà del bene venduto era costituito dall’aggiudicazione definitiva. Il testo dell’art. 586 c.p.c. è stato, tuttavia, modificato, come detto, dall’art. 19-bis della legge 12 luglio 1991 n. 203 e, con una disposizione modellata sull’art. 108 co. 3 legge fallimentare, si è riconosciuto al giudice dell’esecuzione il potere di sospendere la vendita “quando ritiene che il prezzo offerto sia notevolmente inferiore a quello giusto“.

Il giudice, dopo l’aggiudicazione definitiva può, quindi, decidere di non emettere il decreto di trasferimento, sospendere la vendita e far regredire il processo al momento iniziale della fase liquidatoria.

Il termine finale, infatti, per sospendere la procedura di vendita è costituito dalla emissione del decreto di trasferimento.

La regressione del procedimento alla fase della emissione dell’ordinanza di vendita, conseguente alla applicazione dell’art. 586 c.p.c., comporta che il Giudice debba dar inizio ad un nuovo procedimento di vendita, adeguando il prezzo base al reale valore del bene.

Sol così, in realtà, non si svilisce il fine ultimo della procedura esecutiva: soddisfare le pretese creditorie liberando, al contempo, il debitore.

In caso contrario, questi resterebbe ancora obbligato a corrispondere la differenza tra la propria esposizione debitoria ed il prezzo di aggiudicazione del bene: oltre al danno anche la beffa.

 

 

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