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Tribunale di Torino – Onere Probatorio, Saldo Zero e Rideterminazione del Saldo

By | Leggi e Sentenze, Ordinanze in materia bancaria | No Comments

Si allega recente sentenza del Tribunale di Torino nella quale vengono definite in modo netto alcune questioni relative all’onere probatorio, al saldo zero e alla conseguente rideterminazione del saldo. Saldo rideterminato a favore del correntista in Euro 30.215,84, previo azzeramento del saldo debitorio di euro 20.000. La sentenza è definitiva non essendo stata impugnata nei termini dalla Banca. Si evidenziano i seguenti principi.

VALIDITA’, EFFICACIA ED AUTONOMIA DELLA DOMANDA DI ACCERTAMENTO NEGATIVO DEL CREDITO
Il conto è in essere. Il petitum della domanda comprende la rideterminazione del saldo e la ripetizione di somme indebitamente corrisposte. Tipica eccezione della Banca è l’inammissibilità della domanda di ripetizione con conseguenti ripercussioni in ordine alla proponibilità della domanda di accertamento della nullità di clausole e della rideterminazione del saldo. Il giudice in tal caso evidenzia l’autonomia e la validità della sola domanda di accertamento negativo del credito proposta dal correntista in quanto supportata da un valido interesse ad agire.
Ed invero, a mente della citata sentenza, il correntista non ha affatto – o comunque non ha solo – chiesto la ripetizione dell’indebito ma ha chiesto in via principale l’accertamento della nullità parziale del contratto – anche per mancanza della forma scritta ex art. 118 T.U.B. – con conseguente richiesta (e relativa statuizione – accertamento di natura costitutiva) avente ad oggetto la rideterminazione del dare – avere tra le parti e del saldo (e quindi l’esatta determinazione delle poste attive/passive e quindi l’indebito appostamento di somme a debito nel c/c) con previo ordine del relativo ricalcolo, da effettuarsi mezzo CTU contabile, del c/c senza anatocismo, tasso ultralegale ed usurario, CMS etc.
La suddetta azione, qualificabile come accertamento costitutivo del saldo (comprensiva dell’accertamento negativo di quanto indebitamento preteso e applicato dalla Banca) è senz’altro ammissibile poiché autonoma e conforme ai principi di cui alla Sent. S.U. n. 24418/10, nonché rispondente ad un interesse attuale (art. 100 c.p.c.) della parte di vedersi determinato l’eventuale saldo debitorio in conformità della legge e al contratto (ove esistente).
Quanto sopra dedotto costituisce motivo d’appello laddove venga dichiarata inammissibile la domanda di parte attrice purchè formulata nella duplice fase di rideterminazione del saldo e ripetizione dell’indebito.

L’ONERE PROBATORIO IN CAPO ALLA BANCA IN PRESENZA DI UNA DOMANDA DI ACCERTAMENTO NEGATIVO DEL CREDITO
Il giudizio è un accertamento negativo del credito, ovvero di accertamento costitutivo del saldo finalizzato alla rideterminazione dello stesso in quanto riferito ad un conto corrente in essere.
Il che presuppone, in tema di onere probatorio e a seguito di specifiche contestazioni mosse dalla parte debitrice – attrice, che lo stesso sia diametralmente rovesciato ed incomba sul soggetto asseritamente creditore, nella specie la Banca convenuta.
Ciò vale sia nell’ipotesi in cui l’Istituto di credito agisca in veste di attore, sia in quella in cui affermi la sua posizione quale convenuto in accertamento negativo, così come in effetti è avvenuto in sede di giudizio.
La Banca in altri termini, seppur convenuta in primo grado, risulterebbe sostanzialmente attrice sostanziale e per questo motivo, proprio ai sensi dell’art. 2697 c.c. da essa stessa invocato, è onerata dal dimostrare il suo diritto, la misura di esso nonché i fatti costitutivi giustificanti (contratto, estratti etc.).
A mente del giudice “E’ in tale contesto che assume piena valenza la mancata produzione del contratto in assenza della quale non vi è valida pattuizione (vi è di più: non vi è prova alcuna della pattuizione) delle voci contestate dal correntista. L’effetto della mancata documentazione del contratto non può in alcun modo gravare sul correntista”.
Conseguentemente analogo discorso può essere svolto per gli estratti conto.
Ed invero: “non può opporsi al riguardo l’incombenza del relativo onere probatorio su parte attrice in considerazione di un duplice ordine di ragioni”.
In primo luogo perché a seguito di una precisa contestazione mossa dalla parte attrice (manca il contratto, allegazione di fatto negativa determinata) è onere della banca provare che quanto addebitato è dovuto in forza di valida pattuizione scritta e conforme applicazione della stessa.
In secondo luogo perché il correntista ha chiesto ex art. 119 TUB la documentazione a cui la Banca non ha ottemperato in violazione del principio “della vicinanza della prova” e nei termini di 90 giorni decorrenti non dall’inizio del contenzioso ma dalla prima udienza e comunque entro la scadenza del termine ex art. 183.6 n. 2 c.p.c.
Tipica eccezione della Banca è infatti il mancato decorso dei 90 giorni ai fini dell’introduzione della causa di merito per cui in assenza di documentazione parte attrice poiché sfornita dei mezzi istruttori idonei non poteva avviare il contenzioso.
Nulla di più pretestuoso: la banca deve ottemperare alla richiesta ex art. 119 TUB, il quale costituisce un diritto assoluto e soggettivo per il correntista.
I 90 giorni di tempo per adempiere devono essere parametrati non alla data di notificazione della citazione ma al termine ultimo ex art. 183.6 c.p.c di produzione probatoria per la parte attrice.
Ciò al pari di quanto sopra dedotto costituisce motivo d’appello in ordine alla mancata concessione dell’ordine di esibizione ex art. 210 c.p.c.

IL SALDO ZERO
Conseguente a quanto sopra dedotto in ordine al riparto dell’onere probatorio e alla tipologia di causa promossa è il ricalcolo utilizzando il cd “saldo zero”. Non vi è saldo iniziale (mancano gli estratti conto). Non vi è il contratto che giustifica gli addebiti nella costanza del rapporto. Il saldo pertanto deve essere determinato azzerando il debito pregresso e stornando interessi, spese, cms, anatocismo perchè non legittimamente pattuiti. Consegue l’azzeramento del saldo debitorio (Euro 20.000,00) e lo storno di quanto illegittimamente applicato (e non pattuito) per Euro 30.000,00. Il saldo rideterminato è pertanto a credito di tale somma.

Avv. Elio Gnocato

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Tribunale di Milano – Accertamento Negativo del Credito ed Ammissione CTU

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L’ordinanza in parola è stata pronunciata dal giudice meneghino in seguito al deposito delle memorie ex art. 183 c.p.c. nella causa ordinaria avente ad oggetto l’accertamento negativo del credito attivato dall’avv. Monica Mandico e dall’Avv. Biagio Riccio mediante una citazione in giudizio della Banca, afferente un conto corrente ancora chiuso.
Il procedimento in parola è stato azionato sulla base di una perizia tecnica SDL, dalla quale è emerso che il conto in questione era stato trattato per anni con addebiti ingiustificati di competenze e remunerazioni, ancorchè il perito aveva rilevato importi consistenti per usura oggettiva (art. 644 co.3 c.p.) e per usura soggettiva (art. 2 l.108/96), ancorchè differenze di solo anatocismo.
La Banca, nel costituirsi ha sollevato diverse eccezioni sulla decadenza e sulla prescrizione.
Per quanto concerne, la presunta mancata contestazione del conto e delle condizioni economiche dei rapporti, cui fa riferimento difesa avversa, con conseguente riconoscimento espresso della propria posizione debitoria, è interpretazione diffusa ed indiscussa quella fondata sul seguente principio: “La mancata contestazione degli estratti di conto corrente trasmessi da una banca al correntista può rendere inoppugnabili gli accrediti e gli addebiti sotto un profilo meramente contabile, ma non pregiudica la possibilità per il correntista di contestare la validità e l’efficacia dei rapporti obbligatori che hanno dato luogo agli addebiti e agli accrediti” (Tribunale Salerno, 21 settembre 2004 e cfr. Tribunale Bologna, sez. I, 08/02/2013).
In ordine alla sollevata eccezione di prescrizione, sul punto si è contestata l’eccezione, anche richiamando la sentenza n. 24418/2010 delle S.U., sottolineando l’esistenza di due differenti dies a quo per il decorso della prescrizione dell’azione di recupero dell’indebito: uno, per le operazioni solutorie (extrafido) ed uno per quelle non solutorie.
Difatti la sentenza in parola ha specificato come la prescrizione decennale della ripetizione dell’indebito decorra dalla data del pagamento e, quindi, per le operazioni solutorie (ovvero quelle effettuate extrafido o senza fido, ovvero caratterizzate da sconfinamenti sporadici) dalla data del versamento, mentre per le operazioni non solutorie dalla chiusura del conto.
L’avv Mandico ha poi inoltre sollevato diverse contestazioni in merito alla formalità carente del contratto di conto.
Alla luce dei diversi rilievi evidenziati nelle memorie, il Tribunale di Milano ha accolto la richiesta della CTU contabile indicando i vari quesiti così come da ordinanza che si allega

Avv. Monica Mandico

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Tribunale di Mantova – Domanda di accertamento del Saldo e Banca condannata per mancata Partecipazione alla Mediazione

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Con la sentenza del 23 febbraio 2016 il Tribunale di Mantova accoglie la domanda attorea finalizzata a conseguire una sentenza di accertamento che acclari la pattuizione e l’applicazione di interessi usurari, da parte della banca convenuta, sui conti corrente dell’attrice e quindi che ridetermini il dare e avere tra le parti.
Nel caso di specie, la controversia muove dalla rilevazione di un rapporto bancario viziato nonché, in particolare, dal mancato rispetto, da parte della banca presso cui la società attrice – difesa dall’Avv. Monica Pagano – ha aperto due conti corrente, della normativa antiusura.
Specificamente, dall’elaborato peritale commissionato dalla società per rivalutare la correttezza di uno dei rapporti intercorsi con l’Istituto di Credito e sviluppato alla luce della legge 108/96, del T.U.B., del D.lgs. 385/93 e dell’art. 1283 c.c., è emersa l’applicazione di interessi usurari.
Idem per quanto concerne l’altro rapporto, come rilevato e provato dall’ulteriore documentazione prodotta dalla società in sede di citazione.
Con tale primo atto, quindi, la società chiede, tra l’altro, che il Giudice dichiari la nullità delle clausole contrattuali ai sensi dell’ art. 1815 secondo comma c.c. (“Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”) e accerti, quindi il saldo effettivo dei conti corrente (rideterminazione del rapporto dare e avere) ordinando il ricalcolo sull’intero rapporto secondo legge, senza anatocismo (in subordine su base annuale), con esclusione del conteggio trimestrale degli interessi e del tasso ultralegale e usurario, della commissione di massimo scoperto e della valuta.
Ancora la società chiede, in via istruttoria l’ammissione di Consulenza Tecnica d’Ufficio affinché il perito confermi, se del caso, le risultanze peritali.
In materia bancaria, la consulenza tecnica d’ufficio (C.T.U.) è da considerare un passaggio obbligato dell’iter che porta il Giudice ad emettere la sentenza perché si tratta di analizzare fondamentalmente dati che emergono dalle c.d. perizie econometriche
Nella controversia de quo il Giudice ha ammesso, come richiesto dalla parte attrice, l’espletamento della CTU.
Analizzando la sentenza, il giusdicente, relativamente a uno dei due contratti di conto corrente, evidenzia come non sia stata dedotta e provata documentalmente una valida pattuizione di tassi e capitalizzazione prima di una formalizzazione avvenuta molti anni dopo con un nuovo contratto e per questo ritiene fondate le eccezioni di parte attrice sulla mancata pattuizione degli interessi ultralegali e delle spese.
Ancora, in punto di indeterminatezza delle condizioni contrattuali la sentenza aggiunge che: “Quanto al tasso ordinario, deve ribadirsi quanto costantemente sostenuto in giurisprudenza sulla mancanza di determinatezza del rinvio alle norme bancarie uniformi codificanti gli interessi per c.d. “uso piazza”, peraltro in pieno regime della legge 154/92 e successivamente, dell’art. 117 del TUB”.
Per tali motivi, dunque, conferma il quesito rivolto al CTU, con il quale gli veniva chiesto di “depurare il conto dalle somme trattenute a titolo di CMS e di spese di tenuta conto, in quanto pattuite solo genericamente nel contratto del (omissis) (più risalente; n.d.r.), nonché di ricalcolare l’interesse secondo le previsioni di cui all’art. 117/7 TUB1 (..)”.
Così sull’anatocismo: “Il conto è altresì stato depurato dell’anatocismo in quanto illegittimo (vv. da ultimo Cass. SSUU 24418/2010) nella fase precedente il d. lgs. 342/99 e la delibera CICR 9/2/2000, ma non sanato dall’adeguamento spontaneo della banca a decorrere dal giugno 2000”.
Il comma 7 dell’art. 117 del Testo Unico Bancario dispone: “In caso di inosservanza del comma 4 e nelle ipotesi di nullità indicate nel comma 6, si applicano: a) il tasso nominale minimo e quello massimo, rispettivamente per le operazioni attive e per quelle passive, dei buoni ordinari del tesoro annuali o di altri titoli similari eventualmente indicati dal Ministro dell’economia e delle finanze, emessi nei dodici mesi precedenti la conclusione del contratto o, se più favorevoli per il cliente, emessi nei dodici mesi precedenti lo svolgimento dell’operazione; b) gli altri prezzi e condizioni pubblicizzati per le corrispondenti categorie di operazioni e servizi al momento della conclusione del contratto o, se più favorevoli per il cliente, al momento in cui l’operazione è effettuata o il servizio viene reso; in mancanza di pubblicità nulla è dovuto”.
È opportuno a questo punto considerare che la legge di stabilità 2014 (Legge n. 147/2013) interviene a modificare sensibilmente la disciplina dell’anatocismo bancario con il nuovo art. 120, comma 2 del TUB2.
Già molto tempo prima, comunque, la Giurisprudenza di legittimità, era intervenuta in questa materia, assestandosi sull’illegittimità dell’istituto e, in particolare, con due sentenze a Sezioni Unite, ha dapprima sancito la nullità dell’anatocismo trimestrale (Cassazione civile, sez. un., sentenza n. 21095/2004), per poi giungere a dichiarare la nullità dell’anatocismo annuale in favore della banca e la legittimità di quello annuale in favore del cliente (Cassazione civile, sez. un., sentenza n. 24418/2010).
E’ noto che l’anatocismo, ovvero la produzione indefinita di interessi sugli interessi degli interessi, in mancanza di usi contrari, è consentito esclusivamente nel caso in cui a tal fine sia stata presentata specifica domanda giudiziale oppure sia stata stipulata idonea convenzione posteriore di almeno sei mesi alla loro scadenza (art. 1283 c.c.).
Ciò posto, il formulario base del contratto adottato dalla maggior parte degli istituti di credito per regolare il rapporto di apertura di credito con affidamento mediante scoperto su conto corrente, stabilisce l’addebito di interessi composti o anatocistici sugli interessi primari (art. 7, 3 co: “gli interessi dovuti dal correntista … producono a loro volta interessi nella stessa misura”), capitalizzati nei singoli periodi trimestrali di contabilizzazione del rapporto (art. 7, 2 co: “i conti che risultino, anche saltuariamente, debitori vengono chiusi contabilmente, in via normale, trimestralmente e cioè a fine marzo, giugno, settembre dicembre”).
Tale pattuizione, per violazione del combinato disposto degli articoli 1283 e 1418, 2 co, è nulla e improduttiva di ogni effetto (cfr. ex multis Cass. Civ. 18 settembre 2003, n. 13739; Corte di Cassazione, Sezione I, 28 marzo 2002 n. 4498; Corte di Cassazione, Sezione I, 28 marzo 2002 n. 4490;Corte di Cassazione, Sezione I, 1° febbraio 2002 n. 1281; Corte di Cassazione, Sezione I, 11 novembre 1999 n. 12507; Corte di Cassazione, Sezione III, 30 marzo 1999 n. 3096; Trib. Monza 21 febbraio 1999).
2 Ecco il testo: «Il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che:
a) nelle operazioni in conto corrente sia assicurata, nei confronti della clientela, la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori;
b) gli interessi periodicamente capitalizzati (contabilizzati) non possano produrre interessi ulteriori che, nelle successive operazioni di capitalizzazione, sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale».
15 giugno 1998; Trib. Vercelli 21 luglio 1994; Pret. Roma 11 novembre 1996 e Cassazione Civile, Sez. I, 1 ottobre 2002, n. 14091 la quale ha, specificamente statuito che: “La clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente di una banca è nulla in quanto essa non risponde ad un uso negoziale (e non normativo), ancorché la clausola stessa sia nello specifico contratto, dichiarata conforme alle “norme bancarie uniformi” (giacché anche queste costituiscono usi negoziali”).
Gli orientamenti giurisprudenziali maggioritari affermano, dunque, l’inesistenza di un uso normativo idoneo a derogare ai limiti di ammissibilità dell’anatocismo previsti dall’art. 1283 c.c.: non esiste un uso normativo, anteriore all’entrata in vigore del vigente codice civile del 1942 e neppure successivo (non possono essersi formati validamente altri usi normativi rispetto a quelli già esistenti al momento di entrata in vigore del codice), il cui contenuto consenta la pattuizione preventiva della capitalizzazione trimestrale degli interessi non ancora scaduti.
La Suprema Corte, nel tempo, ha vietato ogni forma di anatocismo (e non solo quella trimestrale): con la sentenza 2 dicembre 2010, n. 24418, già citata e riportata dal Giudice nella sentenza in commento, in particolare, è stato stabilito che né la banca, né il giudice possono applicare una capitalizzazione con una diversa periodicità, in questo modo dichiarando illegittima anche la capitalizzazione annuale del servizio del credito, ovvero gli interessi.
Per il resto, la società attrice, difesa dall’Avv. Monica Pagano, ritiene di dover contestare in alcune parti il disposto del Giudice, in particolare laddove dispone che il saldo a favore del correntista (parte attrice) ammonta, quanto anuno dei due conti corrente, alla somma di € 44.592,14.
Il Consulente, rispondendo al quesito, aveva in realtà elaborato due distinte ipotesi: la prima prevedeva rielaborazione con applicazione della capitalizzazione dal 30.09.2006; mentre, la seconda rielaborazione con applicazione della capitalizzazione per il periodo successivo alla delibera CICR 9.2.2000.
Nelle due ipotesi elaborate dal CTU il credito del correntista è ben superiore alle somme riconosciute in sentenza dal Giudice.
Egli, in particolare, ritiene che il ricalcolo effettuato dal Consulente sia stato eseguito correttamente fino a una certa data, reputando che da tale termine, fosse intervenuta una corretta pattuizione delle clausole del conto con conseguente legittimità degli addebiti.
A ben vedere, l’organo giudicante non tiene conto della circostanza che per il periodo successivo (a partire da tale data) il saldo del conto corrente era positivo, circostanza che era stata rilevata dal CTU nella sua relazione: “Si osserva che il quesito richiede, letteralmente, la rielaborazione del conto corrente alla data del (omissis). In realtà i risultati della rielaborazione alla data indicata producono effetti significativi anche sul periodo successivo: ad esempio risultando a tale data, e per l’intero periodo successivo, un saldo ricalcolato positivo (ovvero creditore per il correntista), non risultano più dovuti gli interessi debitori e le c.m.s. addebitate dalla banca; anzi maturano interessi creditori, da calcolarsi al tasso banca, in quanto pattuito per il periodo successivo al (omissis)”.
Invero, inspiegabilmente, il Giudice ha ignorato l’illegittimo addebito da parte della banca di somme superiori a 20.000 € a partire da un periodo nel quale il saldo correntista non era negativo e l’istituto di credito non avrebbe potuto, conseguentemente, addebitargli interessi debitori e c.ms.
Di converso, da tale periodo, sono maturati interessi creditori a favore del correntista!
Ci si permette, altresì, di dissentire perché, come già rilevato dalla scrivente difesa in sede di osservazioni alla CTU, il saldo più favorevole per il correntista, risultante dal ricalcolo effettuato dal Consulente (€ 68.236,93), era addirittura il frutto della ricostruzione del saldo/conto secondo le indicazioni e le precisazioni richieste dalla Banca.
Laddove, a differenza di quanto sostenuto da parte attrice, il Tribunale ritiene, in merito all’usura sopravvenuta, che il riferimento alle c.d. Istruzioni della Banca d’Italia “sia imprescindibile nel calcolo dell’usura atteso che, pur non essendovi dubbio come non si tratti di fonti del diritto in senso proprio, nemmeno le stesse possono essere degradate al rango di semplici circolari” e ancora che “Le stesse si collocano poi in posizione peculiare nella normativa antiusura e, in particolare, nella determinazione del c.d. tasso soglia”.
Più correttamente, a parere della difesa dell’attrice, il Giudice avrebbe dovuto fare esclusivo riferimento alla normativa di cui alla Legge 108/1996.
Infatti, più volte la Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata in ordine alla non vincolatività delle indicazioni della Banca d’Italia oltre al fatto che, come è chiaro, tali circolari o istruzioni non possano in nessun modo essere considerate fonte di legge tale da derogare alla normativa posta in materia di usura (ex multis C. Cass. n.46669/11, conforme anche Tribunale di Brindisi 09.08.2012 – Tribunale di Pordenone 07.03.2012 – Corte d’Appello di Torino 20.12.2013).
Tali statuizioni incidono in modo particolare sul metodo di calcolo delle CMS e parte attrice, in sede di osservazioni alla CTU, redatte dopo l’invio della bozza, aveva richiesto al Consulente, in merito alla verifica dell’eventuale superamento della soglia di usura, di effettuare un calcolo alternativo comprendendo tra la voce “costi e oneri” anche la CMS ante 2009.
Lo stesso ha ritenuto di non provvedervi e il Giudice ha condiviso tale scelta sulla base del rilievo che “le Istruzioni della Banca d’Italia vigenti fino al 2010 prevedono il suo calcolo (delle CMS; n.d.r.) secondo il criterio della cms-soglia”.
In realtà, l’art. 644, 4 comma c.p. stabilisce che “…per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito”.
Inoltre la legge d’interpretazione autentica nr. 24/2001 (che ha convertito l’originario decreto legge) ha chiarito all’art. 1 che “…ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento.”
Anche la Cassazione Penale più volte ha ribadito come: “anche la CMS dev’essere tenuta in considerazione quale fattore potenzialmente produttivo di usura, essendo rilevanti, ai fini della determinazione del tasso usurario, tutti gli oneri che l’utente sopporta in relazione all’utilizzo del credito, indipendentemente dalle istruzioni o direttive della Banca d’Italia (circolare della Banca d’Italia 30.9.1996 e successive) in cui si prevedeva che la CMS non dovesse essere valutata ai fini della determinazione del tasso effettivo globale degli interessi, traducendosi in un aggiramento della norma penale che impone alla legge di stabilire il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari” (cfr. Cass. Pen. Sez. II, sent. 22 luglio 2010, n. 28743; Cass. Pen. Sez. sent. 26 marzo 2010, n. 12028 e, già citata, Cass. Pen. Sez. II nr. 46669/2011).
L’ultimo punto affrontato dalla sentenza in commento riguarda l’esito negativo della procedura di mediazione attivata da parte attrice, per mancata adesione da parte dell’istituto di credito.
Il Giudice, in particolare, condanna quest’ultimo al pagamento di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio a favore dell’entrata del bilancio dello stato, come previsto dall’art. 8, comma IV bis del D.lgs. 828/2013, per non aver partecipato, senza giustificato motivo, alla procedura suddetta, come dimostrato da parte attrice.
La sentenza pronunziata dal Tribunale di Mantova il 23 febbraio 2016 ha, quindi, accolto la domanda attorea acclarando, di conseguenza, la pattuizione e l’applicazione di interessi ultra-legali e usurari, commissioni e spese non dovute, da parte della banca convenuta, sui conti corrente dell’attrice e rideterminando, quindi, il dare e avere tra le parti.
Ha, infine, condannato l’istituto di credito alle spese processuali nonché per non aver partecipato alla procedura di mediazione.

Avv. Monica Pagano

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