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Tribunale di Torino – Appostazioni illecite sulle commissioni ed usura, quando la Banca è condannata a pagare

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È con viva soddisfazione che Vi inoltriamo la sentenza positiva ottenuta dall’Avv. Elio Michele Gnocato sul Tribunale di Torino, che ha portato grande giovamento al comune cliente.
Vi invitiamo a leggere con attenzione anche il commento esplicativo del collega qui di seguito:

Spett.le SDL, allego sentenza ottenuta presso il Tribunale di Torino nei confronti della Banca Unicredit S.p.a. La sentenza è positiva. Il dispositivo prevede la condanna dell’istituto bancario al pagamento di Euro 238.494,69. La non debenza per i garanti/fideiussori dell’importo di Euro 189.223,07. Il pagamento delle spese di mediazione oltre al rimborso delle spese legali. La parte motiva merita approfondita valutazione. Precisando che l’ammontare della condanna suddetta deriva da illecite appostazioni a titolo di CMS ed usura. Su tale ultimo punto vi è una presa di posizione netta in contrasto con quanto di recente statuito dalla Suprema Corte con la sentenza n. 12965/16, tanto cara agli istituti di credito. Nel merito si illustra l’iter procedurale nel quale il Giudicante, all’esito dell’udienza ex art. 281 sexies ha rimesso in istruttoria la causa con ammissione della CTU, previo accoglimento di quanto dedotto nell’istanza ex art. 177 c.p.c. formulata, nella quale, a fronte dell’assunto per il quale la consulenza tecnica di parte risulta infondata poiché considera gli interessi legittimamente capitalizzati ai fini del calcolo dell’usura, si è dimostrato che tale addendo risulta ininfluente nel calcolo del superamento del tasso soglia visto l’ammontare degli ulteriori addendi, quale CMS, spese, che necessariamente devono essere inseriti nel TEG. La CTU è stata svolta secondo un doppio criterio. La formula è quella utilizzata dalla Banca d’Italia. La variante risale nell’utilizzo delle istruzioni tempo per tempo vigenti e quella secondo la formula agosto 2009 anche per il periodo pregresso. La differenza è sostanziale. Posto che nel primo caso si escludono le CMS nel computo del TEG, nel secondo no. Quindi anche per il periodo pregresso al 2009 (e quindi discostandosi dalla indicazioni tempo per tempo emesse dalla Banca d’Italia) devono essere computate nel calcolo del TEG le CMS oltre oneri ecc con espresso riferimento alla norma penale 644 c.p. Il doppio conteggio è stato ulteriormente duplicato secondo una valutazione che prevedeva nel caso di trimestri “usurati” la riconduzione la tasso soglia degli stesso, ovvero lo storno complessivo ex art. 1815 c.c. Dopo ampio dibattito la modalità di conteggio adottata prevede l’applicazione della formula Banca d’Italia con inserimento CMS e oneri ex art. 644 c.p. per tutto il periodo di indagine e l’applicazione dell’art. 1815 c.c. Da ultimo occorre valutare la motivazione di “critica” rispetto al principio espresso nella sentenza Cassazione 12965/16. Sulla base di ciò è stato formulato giusto motivo d’appello. *** Abstract: L’art. 2bis, comma 2 D.Ln. 185/2008, introdotto con Legge di conversione n.2 del 2009, è norma di interpretazione autentica dell’art. 644, comma 4 c.p. L’esclusione delle CMS nel computo del TEG, trova giustificazione nel principio non condivisibile che la Legge n. 2/2009 abbia portata innovativa, e dunque non sia applicabile retroattivamente. A tal fine viene richiamata la sentenza della Cassazione n. 12965 del 22.06.2016. Sul punto il Tribunale di Torino con la sentenza n. 2129 del 20.04.2017, confuta l’orientamento della Corte di Cassazione sentenza n. 12965 del 22.06.2016 a tenore del quale , allo scopo di valutare il superamento del tasso soglia , non debba tenersi conto delle CMS, deducendo come: “La predetta sentenza non possa costituire un punto di svolta….” . In particolare, il Giudice Torinese evidenzia come la tesi della Corte, richiamata nella sentenza appellata, contrasti con altra nota pronuncia della Cassazione Penale n. 12038 del 2010, laddove si dispone che il tenore letterale dell’art. 644, comma 4 c.p. impone di considerare, ai fini della verifica dell’usurarietà, tutti gli oneri connessi all’utilizzo del credito. Tra cui deve essere, senza ombra di dubbio, compresa la “commissione di massimo scoperto”. Per l’effetto, il Tribunale di Torino conclude affermando che: “anche la CMS deve essere tenuta in considerazione quale fattore potenzialmente produttivo di usura, essendo rilevanti ai fini della determinazione del tasso usurario tutti gli oneri che l’utente supporta in relazione all’utilizzo del credito, indipendentemente dalle istruzioni o direttive della Banca d’Italia (circolare della Banca d’Italia 30.09.1996 e successive) in cui si prevedeva che la CMS non dovesse essere valutata ai fini della determinazione del tasso effettivo globale degli interessi, traducendosi in un aggiramento della norma penale che impone alla legge di stabilire il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari” (Tribunale di Torino, sentenza n. 2129 del 20 aprile 2017). *** Emergono i seguenti principi: 1) Le CMS sono nulle per indeterminatezza se non prevedono la base di calcolo su cui calcolarle. N.B. Tutto ciò emerge dalla lettura del contratto di conto corrente. Il problema (per le banche) è riscontrabile nel 50% minimo dei contratti analizzati; 2) Ai fini del calcolo dell’usura le CMS devono essere computate per tutto il periodo di indagine, unitamente alle spese e oneri ex art. 644 c.p.; 3) In caso di usura si applica l’art. 1815 c.c. per i trimestri in cui è riscontrata e non solo in caso di usura Ab origine; 4) Ai garanti e fideiussori si estendono i relativi benefici ottenuti nella fase di accertamento. A disposizione porgo cordiali saluti. Avv. Elio Michele Gnocato.

Tribunale di Torino – 4 maggio

Unicredit sotto accusa a Bari: ecco come si rovina una azienda sana

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Bancarotta fraudolenta: è questa l’accusa per cui la procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio per 16 dirigenti e manager di Unicredit, tra cui l’AD Federico Ghizzoni e il suo predecessore Alessandro Profumo, ora presidente di Mps. Lo conferma
L’udienza preliminare non è ancora stata fissata dal gup che dovrà decidere sulle richieste del pubblico ministero.
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Il crac di cui parliamo è quello di una società, la barese Divania,. La Procura di Bari ha condotto una delicata indagine, adottando tecniche da antimafia, sulle cause del fallimento dell’industria Divania, che prima del crac dava lavoro a 430 operai. I vertici della banca hanno ingannato il proprietario di Divania, Francesco Parisi, inducendolo a sottoscrivere oltre 200 contratti derivati che, in pochi anni, hanno portato la società al dissesto e al successivo fallimento. I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra il 2000 e il 2005. L’accusa-base è dunque di bancarotta a causa di derivati-trappola, «falsamente presentati come contratti a costo zero» che in realtà hanno esposto l’azienda a «rischi illimitati».
I vertici di Unicredit – secondo l’accusa – hanno indotto Parisi a “compiere operazioni dolose a seguito delle quali la società veniva esposta a rischi di perdite potenzialmente illimitate (per 15 milioni di euro, ndr) e dal compimento delle quali derivava il dissesto della società che successivamente (nel 2011, ndr) falliva”
Oggi l’iniziale ipotesi di corruzione in atti giudiziari, a carico dei professionisti, si allarga allo stesso gruppo bancario che, nel 2011, ha erogato 235 mila euro ciascuno ai due periti. E lo ha fatto, per l’accusa, proprio quando la causa stava per essere definita in favore di Unicredit grazie ai risultati di quella perizia sui derivati. Ma invece di decidere, il tribunale ha annullato la perizia e ha trasmesso gli atti alla Procura, segnalando le anomalie di quella parcella, mai autorizzata dai giudici e molto superiore alle tariffe previste dalla legge.
Intanto, il gruppo di Piazza Gae Aulenti «conferma la piena fiducia nell’operato della magistratura ». E precisa che «la prima a fornire l’assenso alla quantificazione dei compensi dei consulenti della Procura, proposta il 5 dicembre 2008 dai due consulenti per un importo che poteva variare da un minimo di 142 mila a un massimo di 213 mila euro cadauno — si legge in una nota di Unicredit — fu proprio Divania in data 24 febbraio 2009; salvo poi non provvedere al pagamento. Un mese dopo aderì anche UniCredit». Il gruppo ricorda che «la perizia in questione è stata redatta da due diversi consulenti tecnici ed è perfettamente in linea con l’esito di altre due perizie (Ctu) redatte nell’ambito della stessa vicenda».
Oggi, mentre si attende la decisione del gup sulla richiesta di rinvio a giudizio dei responsabili di Unicredit in un’altra vicenda che coinvolge Divania, con le accuse di truffa, falso e concorso in bancarotta, riparte da zero la maxicausa civile, con l’affidamento dell’incarico a un nuovo perito.
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“Lei ci deve 4 mila euro”: È Falso, banca condannata a pagarne 24.000

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Incubo tassi per un’imprenditrice, ma in debito era l’istituto: dovrà risarcirla Allerta dell’Sdl: «Anatocismo e tassi d’usura si celano in tantissimi finanziamenti»

di Federico Cipolla su La Tribuna di Treviso
Quattro mila euro di debito per chiudere il conto? Decisamente troppi. È bastato rivolgersi a una società di consulenza, in questo caso la Sdl, per scoprire al contrario che era la banca ad essere in debito. Una vicenda tutta trevigiana, che ha coinvolto l’imprenditrice Lorena Mazzola. Purtroppo una delle tante vittime di “errori” nel conteggio degli interessi passivi, che ieri hanno partecipato al convegno “L’usura nella banca e della banca”  organizzato al Sant’Artemio dal Sdl centrostudi”.
Lorena Mazzola appena scoperto che alla banca non doveva niente, ma che al contrario avrebbe dovuto ricevere un bel po’ di soldi, è andata in causa. È di poche settimane fa la sentenza: la banca è stata condannata a versarle 24.448. «Ma non è un caso raro», «anzi. Nel 98% dei casi che ci vengono sottoposti scopriamo che ci sono delle anomalie sui conti correnti».
Un allarme questo che riguarda soprattutto imprenditori con fidi, e chi chiede prestiti e mutui. Perché è sul calcolo degli interessi passivi che le banche usano escamotage per ingrossare i propri di conti. «Per calcolare il tasso applicato su un contro corrente, vanno considerate tutte le voci di costi. Gli interessi passivi, ma anche commissioni di massimo scoperto, assicurazioni, e spese. Fanno eccezione solo bolli e tasse» spiegano da Sdl, «il monte complessivo non deve superare una soglia determinata trimestralmente, che è quella dell’usura. E purtroppo spesso ci troviamo invece con banche che applicano interessi superiori», prosegue Gianmario.
«Nel caso per esempio di Lorena Mazzola, il perito del tribunale ha scoperto che già nel contratto di conto corrente erano applicati tassi da usura». Ma Sdl lancia l’allarme anche sull’anatocismo, da tempo vietato dal codice civile, «ma tuttora in uso» sottolineano dall’associazione. Che cos’é? Si tratta di un calcolo che somma interessi agli interessi, ovvero: ad ogni trimestre gli interessi passivi maturati dal cliente vengono sommati al capitale, e producono così nuovi interessi».
Sdl ha seguito anche il caso di un’azienda edile a cui sono stati applicati tassi di usura, e che ha ottenuto dalla banca un risarcimento di 100 mila euro attraverso un accordo stragiudiziale.
Il centro studi dal Sant’Artemio ha lanciato un vero e proprio allarme, anche perché usura e anatocismo negli ultimi anni sono stati un fattore in grado di piegare molte aziende.
«Fino ad ora questi fenomeni sono passati sotto traccia» spiega il fondatore di SDL, «per due motivi principali. Il primo è in deficit informativo che fa sì che da una parte ci siano delle banche che conoscono nel dettaglio la materia, e dall’altra persone che non hanno una formazione per scoprire l’inganno. L’altro motivo è che c’è timore a andare contro le banche, perché di fronte ad un’azione potrebbero chiudere i rubinetti all’azienda».
E proprio il Veneto è una delle regioni più colpite da forme di usura e anatocismo. Allarmante il conteggio fatto dall’associazione: «Abbiamo calcolato che in Italia, in media, su ogni euro dato alle banche un terzo non è dovuto», prosegue Di Loreto. «In Veneto invece questa media è più alta: ogni euro addirittura 50 centesimi non sono dovuti». Ovvia la richiesta di informazioni da parte di imprenditori ma anche comuni cittadini che hanno sottoscritto finanziamenti o mutui: come ci si può difendere? «E’ difficile, bisogna rivolgersi a tecnici, perché per un normale cittadino è quasi impossibile riconoscere gli interessi non dovuti».
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Lo studio sui conti correnti bancari: 99 percento a rischio usura

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LA TRIBUNA
MERCOLEDÌ 23 SETTEMBRE 201 

TREVISO. Presentato venerdì a Treviso, dalle 14,30 all’Auditorium Sant’Artemio, il primo rapporto nazionale sull’usura praticata dalle banche. Si tratta di un’analisi dei dati (il campione è rappresentato da chi si è rivolto all’associazione che ha condotto lo studio) su un fenomeno ancora troppo sconosciuto in Italia: le illegalità nei rapporti tra alcuni operatori bancari, parabancari, mediatori creditizi e finanziari e imprenditori, privati consumatori e famiglie. Lo studio è condotto da Sdl Centrostudi.

La prima parte della ricerca si focalizza sul campo dei contratti di conto corrente aziendale per l’utilizzo dei servizi bancari e fondamentalmente del credito di esercizio. Si tratta di 46.887 Conti Correnti in capo a 14.000 imprese, per un complesso di 125.000 unità di occupati. Le fenomenologie studiate riguardano l’usura oggettiva, l’usura soggettiva e l’anatocismo nei valori dei trimestri. Secondo lo studio emerge un fenomeno, “imponente e devastante” sottolineano gli autori.«Il 99% dei conti correnti presentano anomalie il 71% presenta usura (tassi di interesse superiori alla soglia di usura), ogni 100 euro pagati alla banca per “commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito” un’alta percentuale non era dovuta sul campione l’84% delle aziende sono ancora attive e possono salvarsi dalla crisi «In estrema sintesi, sottolineano da Sdl, «la crisi finanziario-economica, mentre provoca acuta sofferenza nelle famiglie e nelle imprese, attiva inaccettabili comportamenti di “business sulle difficoltà”, con aggressioni al patrimonio industriale, artigianale, agricolo e dei servizi che connota il tradizionale corpo produttivo dell’Italia».

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Anatocismo bancario fuorilegge

Anatocismo bancario: Conferme e Novità

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L’anatocismo bancario (dal greco ἀνατοκισμός anatokismós, composto di ἀνα- «sopra, di nuovo» e τοκισμός «usura») è un fenomeno che consiste nella produzione di interessi (capitalizzazione) da altri interessi resi produttivi sebbene scaduti o non pagati su un determinato capitale, il che determina una crescita esponenziale del debito.

Nonostante tale prassi sia espressamente vietata dalla Corte di Cassazione dal 1999, i medesimi istituti di credito continuano a praticare tale capitalizzazione di interessi, confidando in una pronuncia del CICR (Comitato Interministeriale Credito e Risparmio) datata 9 Febbraio 2000.

In particolare, la delibera in oggetto ha fissato il principio per cui sono valide le pattuizioni del contratto bancario che prevedano l’anatocismo purché vi sia la stessa periodicità nella capitalizzazione degli interessi attivi e quelli passivi.

Ciò rilevato, resta comunque il fatto che si tratta di un istituto sul quale permane una forte conflittualità, la quale è destinata ad essere positivamente superata a seguito di numerosi provvedimenti emessi recentemente dai fori diversi.

Storica è la sentenza del Tribunale di Milano dello scorso Marzo che in forza di ricorso dei correntisti ha vietato a tre banche  l’utilizzo di qualsiasi forma di anatocismo sui conti in essere e su quelli nuovi, ordinando agli stessi istituti di pubblicizzare la condanna sui loro siti e sulla stampa nazionale oltrechè ad ogni correntista, rilevando altresì il fatto che la legge non demandi al CICR l’adozione di una delibera con cui stabilire le modalità ed i criteri di produzione degli interessi nei rapporti bancari.

Altrettanto significativo è l’intervento della Cassazione a Sezioni Unite che – con la Sentenza n. 9127/2015 – ha ribadito il divieto assoluto e tombale di anatocismo tramite capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori, esteso, a livello temporale, dalla consueta trimestralità, all’infinito per tutta la durata del rapporto contrattuale, negando dunque anche la possibilità di capitalizzazione annuale.

La Suprema Corte osserva infatti che dalla giurisprudenza che ha vietato la capitalizzazione trimestrale appaiaassolutamente arbitrario trarne la conseguenza che, nel negare l’esistenza di usi normativi di capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori, quella medesima giurisprudenza avrebbe riconosciuto (implicitamente o esplicitamente) la presenza di usi normativi di capitalizzazione annuale. Prima che difettare di “normatività”, usi siffatti non si rinvengono nella realtà storica, o almeno non nella realtà storica dell’ultimo cinquantennio anteriore agli interventi normativi della fine degli anni novanta del secolo passato: periodo caratterizzato da una diffusa consuetudine (non accompagnata però dalla opinio iuris ac necessitatis) di capitalizzazione trimestrale, ma che non risulta affatto aver conosciuto anche una consuetudine alla capitalizzazione annuale degli interessi debitori, né di necessario bilanciamento con quelli creditori“.

Dopo il Tribunale di Milano, tale interpretazione è stata fornita anche dal Tribunale di Como con una recente ordinanza: secondo il giudice lariano, dal 1° gennaio 2014 in Italia è vietata alle banche ogni pratica anatocistica nonostante non sia ancora arrivata la delibera apposita del CICR, pertanto la delibera dello stesso non è necessaria ai fini della validità della nuova norma.

Infatti, tale delibera può soltanto individuare le modalità di applicazione e conteggio degli interessi, mentre tutte le altre norme sono già entrate in vigore il primo gennaio 2014.

Quelli appena riportati sono solo alcuni esempi, forse i più significativi, i quali confermano l’assoluta illegittimità della condotta ancora tenuta dagli istituti bancari.

SDL Centrostudi combatte tale prassi e attivamente contribuisce alla salvaguardia ed applicazione del dettato legislativo.

La Banca ed i diritti dei più deboli

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Il nostro Avv.to Biagio Riccio ci propone opportunamente il link che riproduce il suo intervento tenuto al Senato della Repubblica, ove si è celebrata la conferenza dal titolo significativo: “Lo Stato sovrano sta diventando proprietà delle Banche?”.
Ha tratteggiato storicamente il ruolo della Banca e ha evidenziato come, nella politica dell’austerità e del rigore, si siano rimossi i diritti dei più deboli e sia scomparsa la funzione dello Stato Sociale. A tal proposito ha richiamato il principio di solidarietà presente nella Carta Costituzionale, ma negletto per i nostri governanti.

Senato della Repubblica – Sala Nassirya – Il Senatore Enrico Buemi, l’Avvocato Marco Polizzi, l’Avvocato Biagio Riccio e il Dottor Angelo Santoro, di Interessi Comuni, danno vita durante la Conferenza Stampa “Lo Stato Sovrano sta diventando proprietà delle banche?” alla “Centrale Banche di Rischio”.

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Usura, nel Taeg va o no incluso anche il tasso moratorio?

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“Usura, nel Taeg va o no incluso anche il tasso moratorio?” Una querelle che infiamma la giurisprudenza

Cari colleghi,
come sappiamo la giurisprudenza di merito è ondivaga – per non dire divisa – su questo punto. In particolare modo si è fatto e si fa un gran parlare sul concetto della sommatoria e sul punto vogliamo fare alcune considerazioni che possano essere per tutti utili.
Nei contratti di mutuo e di leasing sottoscritti dai clienti con banche e/o società finanziarie quando nei loro confronti vengono promosse delle cause sentiamo eccepita la contestazione dell’applicazione di tassi usurari sulla base della semplicistica ‘sommatoria’ del tasso di mora con il tasso interessi corrispettivi.
Di solito i Giusdicenti, pur ammettendo che il tasso di mora sia da ricomprendere nel TAEG quale elemento di remunerazione per la banca, preciserebbero però che è inammissibile immaginare di sommare tale dato con quello derivante dal tasso corrispettivo, ai fini della verificazione del superamento del tasso soglia.
Sul punto, si impongono talune brevi ma pregnanti osservazioni.
La difesa e gli assunti che poniamo in essere è ben conscia della ontologica inammissibilità della sommatoria dei tassi nel nostro Ordinamento giuridico e, pertanto, semplicemente mai avrebbe immaginato di incardinare un giudizio sulla scorta della mera contestazione cumulativa-matematica unilaterale di tali riferimenti.
Orbene, se tanto è vero, pur vero è che la ‘sommatoria’ dei tassi è un concetto (che deve essere) inammissibile anche per la stessa banca.
Nei casi di specie, di contro, i contratti avversati giudizialmente recano quasi tutti specificamente la prescrizione secondo la quale: su ogni somma dovuta e non pagata al momento della scadenza della rata, maturano (cioè devono essere sommati o aggiunti) interessi moratori.
A ben vedere quindi – e siamo al vero focus della questione – la banca/leasing applica gli interessi moratori non sul capitale, ma sulla rata (!) che, però, è già comprensiva di una quota capitale e di una quota interessi corrispettivi. Gli interessi moratori vengono quindi ‘sommati’ e non sostituiti agli interessi corrispettivi, a norma dello stesso contratto predisposto dall’Istituto bancario e/o finanziario; è da tale cumulo che scaturisce il travalicamento del tasso soglia che con le nostre difese eccepiamo.
È su questi fatti, dunque, che viene adito il Giudicante di prime cure, chiamato ad esperire il relativo accertamento sul momento genetico del rapporto, atteso che l’Ordinamento espressamente si riferisce agli interessi ‘pattuiti’ (non a quelli corrisposti). La ratio del precetto normativo, infatti, è censurare il pactum sceleris, ovverosia l’atto-l’ “accordo” con il quale la banca cristallizza le condizioni illecite, a prescindere dalla concreta dazione del non dovuto. È il patto in quanto tale, dunque, ad incarnare il reato, non la sua eventuale esecuzione (e ciò perché – come è nato – il reato di usura è un reato di pericolo e non in “esecutio”).
Alla luce di questo, non si spiega il motivo per il quale tali (gravi ed apertamente illecite) pratiche, non debbano essere censurate dall’Autorità Giudiziaria, che invece in taluni casi arriva addirittura a condannare chi propone la domanda; corroborando (invece di avversare) contegni bancari lapalissianamente contra jus.
In altre e più semplici parole: il corollario secondo cui il concetto di “sommatoria” è una pratica ontologicamente inammissibile, poiché non contemplata da nessuna norma né da alcuna giurisprudenza, deve valere sia per il debitore che per le banche. Nel caso in rassegna è l’istituto a prevedere in contratto che l’interesse moratorio è calcolato cumulativamente (e non sostitutivamente) a quello corrispettivo.
Ciò perché, in caso contrario, il malcapitato cliente dello spregiudicato istituto di Credito bancario e/o finanziario, si troverebbe a dover subire gli effetti di tale – contrattualizzata – sommatoria fra interessi moratori e corrispettivi, senza però poterla contrastare nelle aule di giustizia, perché ritenuta “inammissibile”.
In proposito non si può dimenticare né ignorare che tutti gli atti di precetto e di pignoramento notificati dalle Banche e Finanziarie ai debitori esecutati contengono una chiusura della sorte creditoria nella quale gli interessi moratori sono calcolati e pretesi estorsivamente sull’intero capitale, all’interno del quale campeggiano anche gli interessi corrispettivi, di fatto non emendati e debitamente sostituiti. Dunque la mora si aggiunge come ulteriore addendo. Non è questa sommatoria ex post, (ma in nuce già contenuta in sede di pattuizione) che la Banca ha imposto al cliente con la stipulazione del contratto originario?
Paradossalmente potrebbe dirsi che: ad essere inammissibile è la ‘sommatoria’ in quanto tale, non la sua eccepibilità in giudizio.
A conforto di quanto sostenuto, sovviene – non a caso – una robusta (ed avveduta) posizione giurisprudenziale contraria.
Occorre verificare il singolo contratto e stabilire se esso preveda interessi di mora in caso di inadempimento e se gli stessi siano sostitutivi dell’interesse corrispettivo. Infatti se la previsione contrattuale statuisce che la Banca debba applicare al cliente inadempiente solo e soltanto gli interessi di mora sul capitale, sostituendo questi agli interessi corrispettivi, non si farà la sommatoria tra tassi corrispettivi e tassi moratori, ai fini del calcolo del Teg e si verificherà lo sforamento del tasso soglia solo con riferimento al tasso moratorio…. Se invece il contratto prevede che il tasso moratorio si applichi in aggiunta a quello corrispettivo, allora i due indici andranno valutati congiuntamente ed il risultato andrà confrontato con i limiti normativamente imposti (legge 108/96 e successive modifiche)… Prevedendo il contratto che gli interessi di mora non si sostituiscono a quelli corrispettivi, ma si sommino a questi(quindi su ogni rata già formata da quota capitale e quota interessi corrispettivi) si può concludere che, applicando la normativa al contratto de quo anche gli interessi di mora siano da computare ai fini del TEGM e pertanto quest’ultimo sfora il tasso soglia(vigente al momento della stipula) ed il contratto di mutuo sia usurato ab origine quindi trova applicazione la sanzione civilistica dell’art.1815 c.c ultimo comma” (Tribunale di Parma sezione fallimentare procedura numero 26/2013 – Giudice delegato dott. Pietro Rogato; curatore rag. Raffaele Quarantelli).
Il tribunale di Bologna, con ordinanza del 10 novembre 2014, richiede al CTU di verificare “quale sia il tasso interessi concretaente applicato dalla banca al rapporto medesimo, sia con riferimento al tasso corrispettivo che a quello moratorio; se, inoltre, il tasso applicato nel corso del rapporto sia o meno conforme alle previsioni contrattuali; se, inoltre, in caso di difformità, il tasso concretamente applicato al rapporto superi o meno il tasso soglia rilevante ai fini dell’usura; in caso di superamento del tasso soglia, se tale superamento sia conseguenza dell’applicazione del tasso moratorio; se siano stati corrisposti o meno interessi di mora sull’intera rata (comprensiva degli interessi corrispettivi) con conseguente capitalizzazione degli interessi o se, al contrario, in caso di mora siano stati calcolati sulle rate successive alla rata scaduta e non pagata solo gli interessi di mora”;
Il Tribunale di Siena, con ordinanza del 29 ottobre 2014 avente l’istesso tenore, incarica il CTU affinché questi “accerti se ed in che misura il calcolo degli interessi di mora sia conforme alla misura contrattualmente pattuita (che vorrà indicare con specifico riferimento a una o più clausole numericamente individuate) o difforme da essa, con riferimento a ciascuna scadenza; Accerti se il contratto contenga una pattuizione (che vorrà indicare con specifico riferimento a una o più clausole numericamente individuate) che preveda espressamente che gli interessi moratori vengano computati sull’intero importo delle rate scadute, comprensivo di interessi convenzionali in esso conglobati, e/o sull’intero importo del debito residuo alla data della risoluzione del contratto, parimenti comprensivo degli interessi convenzionali in esso conglobati; accerti se ed in che tempi e misura gli interessi di mora siano stati capitalizzati. Ridetermini il computo del dare e dell’avere tra le parti sulla base dei versamenti eseguiti dal e imputando i medesimi prima in conto di interessi moratori, poi in conto di quote interessi convenzionali scadute e quote capitale scadute dalla più antica alla più recente; il tutto previa esclusione degli interessi convenzionali e/o moratori e/o premi e/o delle spese e/o di ogni altra voce applicati/e in misura superiore a quella prevista contrattualmente”.
In questo stesso segno concorre la sentenza 25/2015 del Tribunale di Enna, a mezzo della quale, tale Giusdicente, dopo aver chiarito che l’usurarietà di un rapporto bancario va valutata al momento della pattuizione e non a quello della dazione, ha correttamente calcolato il Teg sommando – nell’osservanza dello stesso crisma definito nel corpo del contratto – il tasso di mora con quello corrispettivo. Accertato il travalicamento del tasso soglia pro tempore vigente da parte di questo valore, ha proceduto a declarare la usurarietà del mutuo ed a derubricarlo da oneroso a titolo gratuito ex art 1815 c.c., con la residuale obbligazione, in capo al cliente, di restituire solamente il capitale e non già alcun tipo di interessi, nemmeno quelli legali.

Tali pronunce riattribuiscono dignità al contraente debole vessato dalle banche e dalle finanziarie e contribuiscono – in maniera scientificamente corretta – a dare il giusto valore alle norme di diritto positivo, che governano la materia.

Vi ringrazio per l’attenzione prestata a queste poche righe che possono essere però utilizzabili oltre che in dissertazioni generiche anche inserite “ad abundantiam” nei nostri atti giudiziari.

Mazzano lì 22.07.2015

Roma

Tribunale di Roma – Rigetto Domanda Riconvenzionale ed Istanza ex art.186-ter c.p.c.

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Si pubblica significativa ordinanza emessa dal Tribunale di Roma relativa ad un contenzioso su conti correnti, i cui contenuti sono stati oggetto di disamina a mezzo perizie.
In particolare, la banca si costituiva tanto con domanda riconvenzionale quanto con istanza ingiuntiva ex art. 186-ter c.p.c., portando a credito sia i rapporti contestati che altri estranei al giudizio per un totale di € 2.361.483,18.
Il giudice, operati gli opportuni rilievi, non ha ritenuto di concedere l’ingiunzione poiché avente ad oggetto rapporti diversi di cui non può essere invocata la connessione.
Concludendo, dall’ordinanza emessa si evince l’importanza del cosiddetto bankstop con il suo accertamento supportato da perizie e la necessità che le cause comprendano tutti i rapporti intercorrenti tra le parti.

Si ringrazia per la segnalazione gli avv.ti Massimo Meloni e Pietro Signorelli

In allegato l’ordinanza in commento

Scarica il Documento

http://www.sdlcentrostudi.it/wp-content/uploads/2015/06/Tribunale-di-Roma-23GIU.pdf