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Corte d’appello di Firenze – 279 III com. cpc

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Si segnala l’ordinanza ex Art. 279 comma 3 c.p.c., ottenuta presso la Corte di Appello di Firenze, con la quale viene riformata parzialmente la sentenza del Tribunale di Firenze impugnata. Con la pronuncia in commento, viene dichiarata la nullità della capitalizzazione periodica degli interessi e della cms stabilita dalla Banca sul conto dell’appellante; viene dichiarato, con l’anzidetta sentenza, illegittimo l’anatocismo praticato dalla Banca nel periodo 2001-2005, essendo vietata la capitalizzazione periodica

La Causa è stata, pertanto, rimessa sul ruolo per il compimento della CTU.

Si ringrazia l’Avv. Letizia Cecconi per l’ottenimento del risultato.

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sospensione rinvio

Corte d’Appello di Roma – Tasso di Mora superiore al Tasso Soglia: Sospeso Rilascio dei Locali di un’Azienda

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Portiamo a conoscenza del fondamentale provvedimento ottenuto dall’Avv. Biagio Riccio presso la Corte d’Appello di Roma, che ex art. 283 c.p.c. ha sospeso l’efficacia esecutiva di un provvedimento di I° grado che disponeva il rilascio dei locali di un’azienda in ragione di un contratto di leasing che tuttavia era intriso di usura ab origine. E’ stata infatti accolta la tesi di Sdl che vede l’interesse moratorio quale componente fondamentale del TEG. A tal uopo il Nostro Presidente dott. Calabrò ha redatto un’autorevolissima nota di commento che Vi invitiamo a ponderare con estrema accuratezza.

E’ rarissimo che, in sede di pronunzia ex art. 283 cpc, la Corte di Appello conceda una sospensiva degli effetti esecutivi della sentenza di primo grado: com’è ben noto, solamente per le obbligazione aventi ad oggetto un facere è possibile ottenere un provvedimento di accoglimento, qualora si dimostri un danno grave ed irreparabile.
Per le obbligazioni di dare va provato, di converso, che l’esecutante (nel nostro caso una banca) sia in condizioni di difficoltà ovvero in stato di insolvenza, così da non consentire, prognosticamente, la restituzione della somma conseguita per effetto del provvedimento provvisoriamente esecutivo, in tal modo richiedendosi all’esecutato una vera e propria probatio diabolica.
Può, infine, considerarsi l’obbligazione di consegnare o rilasciare, che si riscontra proprio in tema di leasing traslativo: essa cade quando l’utilizzatore non adempia alla propria obbligazione di pagamento.
La sospensiva, nel caso in rassegna, è data perché, in ragione della perizia SDL, si è dimostrato come il tasso di mora fosse più alto del tasso soglia usurario al momento della pattuizione.
Testualmente, il Giudice dell’inibitoria ha tenuto a precisare che l’interesse moratorio deve anch’esso essere considerato ai fini dell’usurarietà, così come emerge dalla nota Cassazione n.350/13, a prescindere dalla vexata quaestio della sommatoria.
Si consegue, dunque, un altro traguardo nella battaglia contro l’usura: contrariamente alle sentenze di vari Tribunali che, pedissequamente, seguono le direttive della Banca d’Italia e sostengono che il tasso di mora sia disomogeneo rispetto al Teg, la Corte Capitolina si uniforma all’orientamento della Cassazione e statuisce che la mora è elemento decisivo nel costo globale del credito.
A tale conclusione era, del resto, già pervenuto l’A.B.F. con la seguente pronunzia:” gli interessi moratori non si sostituiscono ma vengono ad aggiungersi a quelli corrispettivi. A ciò consegue che laddove l’art.644 c.p 4 comma fosse ritenuto applicabile anche agli interessi moratori, il loro tasso dovrebbe essere sommato a quello degli interessi corrispettivi convenuti tra le parti contraenti, al fine di accertare se sia stato superato il limite imperativamente posto dall’art. 644 3 comma c.p e dell’art. 2 4 comma della legge 108/96 ” (Arbitro Bancario Finanziario – risoluzione stragiudiziale controversie, Collegio di Roma, seduta del 29/11/2013, in www.ilcaso.it).
La questione attinente gli interessi moratori (se debbano o meno essere inseriti come componente remunerativa nel computo del TEG) non nasce ora: il problema è stato ampiamente affrontato dalla Corte di legittimità e da una copiosa giurisprudenza di merito fin dagli inizi dell’anno 2000.
Così sentenziava la Corte Suprema: “L’usurarietà del superamento del “tasso soglia” di cui alla Legge 7 marzo 1996 n. 108, vale anche per le clausole concernenti gli interessi moratori ” (Cass. Civ. 22/04/2000 n. 5286).
Si impongono, ora, alcune fondamentali e sintetiche considerazioni:
1. La legge n. 108 del 1996 ha individuato un unico criterio ai fini dell’accertamento del carattere usurario degli interessi (la formulazione dell’art. 1, 3° comma, ha valore assoluto in tal senso non delineando il legislatore alcuna differenza tra interesse corrispettivo o moratorio).
2. Nel sistema era già presente un chiaro principio di omogeneità di trattamento degli interessi, pur nella diversità di funzione, come emerge anche dall’art. 1224, 1° comma, cod. civ., nella parte in cui prevede che se prima della mora erano dovuti interessi in misura superiore a quella legale, gli interessi moratori sono dovuti nella stessa misura. Il ritardo colpevole, poi, non giustifica di per sé il permanere della validità di un’obbligazione così onerosa e contraria al principio generale posto dalla legge. Nel determinare, perciò, l’usura non vi è differenza alcuna tra interesse corrispettivo ed interesse moratorio: entrambi concorrono alla formazione del TEG.
3. La questione è stata risolta dallo stesso legislatore. Infatti, l’art. 1, comma 1°, del d.l. 29.12.2000, n. 394, di interpretazione autentica dell’art. 644 cod. pen., convertito in legge con modificazioni dall’art. 1, l. 28/02/2001, n. 24, riconduce alla nozione di interessi usurari quelli convenuti «a qualsiasi titolo» e la relazione governativa che accompagna il decreto fa più esplicito riferimento a ogni tipologia di interesse, «sia esso corrispettivo, compensativo o moratorio»: in tal senso si è pronunciata anche la Corte Costituzionale, chiamata ad esprimersi nei giudizi di legittimità costituzionale sollevati dalla l. n. 24/2001.
4. Nello specifico, la Consulta ha precisato, seppure obiter dictum, che “«(v)a in ogni caso osservato – ed il rilievo appare in sé decisivo – che il riferimento, contenuto nell’art. 1, comma 1, del decreto-legge n. 394 del 2000, agli interessi “a qualunque titolo convenuti” rende plausibile – senza necessità di specifica motivazione – l’assunto, del resto fatto proprio anche dal giudice di legittimità, secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori” (Corte Cost., 25/02/2002, n. 29, infra, sez. III – passim : Antonio Tarantino, Usura ed interessi di mora, in Nuova Giur. Civ., 2013, 7-8, 675).
5. La stessa Corte di Cassazione, con una chiara sentenza del 2003, ha ritenuto che: ” in tema di contratto di mutuo, l’art. 1 della legge n. 108 del 1996, che prevede la fissazione di un tasso soglia al di là del quale gli interessi pattuiti debbono essere considerati usurari, riguarda sia gli interessi corrispettivi che gli interessi moratori, ma non si applica ai contratti contenenti tassi usurari stipulati prima della sua entrata in vigore se relativi a rapporti completamente esauriti al momento dell’entrata in vigore della legge ” ( Cass. civ, 04/04/2003, n. 5324).
Dunque, gli interessi moratori sono “altro” rispetto agli interessi corrispettivi.
È stato scritto: “la distinzione tra interessi corrispettivi e quelli moratori attiene in effetti essenzialmente alla funzione che la relativa obbligazione assolve. Gli interessi corrispettivi rappresentano il corrispettivo per l’utilizzo del danaro da parte di chi dovrebbe effettuare la prestazione pecuniaria. Essi hanno pertanto natura di frutti civili secondo la definizione dell’art.820 comma 3 c.c e cioè di frutti che si ritraggono dalla cosa come corrispettivo del godimento che altri ne abbia. Gli interessi corrispettivi in sostanza hanno la funzione di riequilibrare il vantaggio che il debitore ritrae, data la normale produttività della moneta, dal trattenere presso di sé somme di denaro. Essi sono dovuti oggettivamente, a prescindere dalla rilevanza della colpa del debitore in ordine al ritardo nel pagamento della somma dovuta. Gli interessi moratori (che hanno altra funzione) sono dovuti dal giorno della mora e sono altra cosa ed hanno ambito diverso rispetto all’interesse corrispettivo. Hanno una funzione risarcitoria e la loro esistenza è subordinata al morare al ritardo effettivo. Essi sono dovuti dal giorno della mora (1224 comma 1 c.c.) ” (Passim, Valentino Lenoci, Interessi e rivalutazione monetaria, Milano 2013, pagg. 18 – 21).
Quanto al periculum in mora si suppone, nella pronuncia che si commenta, leso l’art.41 della Carta Costituzionale, in quanto l’appellante ha palesato la violazione del diritto di impresa: il periculum in mora è rappresentato, invero, dal fatto che se fosse stata restituita la res, sede dell’impresa, quest’ultima non avrebbe più potuto di fatto esercitare la sua attività professionale.
Secondo altra giurisprudenza di merito “l’esecuzione della sentenza impugnata può essere sospesa soltanto qualora possa derivarne un grave ed irreparabile danno dovendosi intendere, per danno grave, un’eccezionale sproporzione tra il vantaggio ricavabile dall’esecuzione da parte del creditore rispetto al pregiudizio patito dal debitore, per danno irreparabile” (Trib. Caltanissetta, 27/04/2004).
La stessa Corte Suprema, proprio in relazione alla disciplina di cui all’art. 283 c.p.c., ha statuito: “la sospensione della provvisoria esecuzione della sentenza di primo grado che il giudice d’appello, ai sensi dell’art. 283 cod. proc. civ., nel testo novellato dalla legge n. 353 del 1990 può disporre in presenza di “gravi motivi” è rimessa ad una valutazione globale d’opportunità, poiché tali motivi consistono per un verso nella delibazione sommaria della fondatezza dell’impugnazione e per altro verso nella valutazione del pregiudizio patrimoniale che il soccombente può subire” (Cass. civ., Sez. III, 25/02/2005, n° 4060).
Da qui la sospensione ex art.283 cpc che prefigura, nel merito, un più che probabile accoglimento del gravame.

Piero Calabrò

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Corte d’Appello di Milano – Eccezione d’Incompetenza Territoriale e Disciplina delle Spese Processuali

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Prima di analizzare la sentenza in oggetto è opportuno fare una breve premessa sulla competenza territoriale.
Tale criterio è disciplinato dagli articoli 18 – 30 bis c.p.c. e si basa sul rapporto tra territorio e organo giudicante che vi esercita la propria giurisdizione.
Essendo stabilita nell’interesse delle parti in causa, la competenza per territorio è generalmente derogabile a seguito di un accordo tra le parti che deve essere riferito ad affari determinati e risultare da atto scritto. In una serie di casi elencati tassativamente dall’art. 28 c.p.c., tuttavia, essa non può essere derogata.
Sulle questioni relative alla competenza, in tema di forma dei provvedimenti del collegio, l’art. 279 c.p.c., come riformato dalla legge n. 69/2009, dispone che “il collegio provvede con ordinanza quando […] decide soltanto questioni di competenza”, quindi anche questioni di competenza territoriale.
Per il caso che ci occupa, una società, difesa dall’Avv. Monica Pagano e dall’Avv. Matteo Marini dello Studio Pagano & Partners, depositava atto di citazione in appello per impugnare la sentenza di primo grado con riferimento al capo che condannava parte attrice alle spese processuali.
La società, in particolare, contesta che il giudice di prime cure abbia emesso una sentenza dichiarando la propria incompetenza a favore di quella di altro Tribunale e condannando la società alla rifusione delle spese processuali, in luogo di un’ordinanza.
Il tutto, non considerando che la società attrice nello stesso giudizio, aveva, preliminarmente aderito all’eccezione di incompetenza territoriale sollevata dalla controparte e chiesto al giudice di cancellare la causa dal ruolo, con la concessione dei termini di legge per la riassunzione avanti al giudice competente.
In ordine alla necessità per il Giudice del merito, che si trovi a decidere sull’eccezione d’incompetenza territoriale sollevata da parte convenuta e alla quale parte attrice abbia aderito, di emettere ordinanza con la quale disporre la cancellazione della causa dal ruolo concedendo termine per la riassunzione della medesima avanti al giudice competente, l’art. 38, comma 2, c.p.c. così statuisce: “quando le parti costituite aderiscono all’indicazione del giudice competente, la competenza del giudice indicato rimane ferma se la causa è riassunta entro tre mesi dalla cancellazione della stessa dal ruolo”.
Ne consegue che l’organo giudicante del primo grado, a parere della difesa della società, ha errato sia nell’emettere sentenza in luogo di ordinanza sia nel condannare alle spese l’attrice perché avrebbe dovuto rimettere tale decisione al Giudice dichiarato competente.
Infatti, sulla base delle norme citate, il primo giudice adito (incompetente), se la parte che subisce l’eccezione aderisce all’indicazione del giudice competente, deve pronunciare apposita ordinanza avente natura ordinatoria e non decisoria, con cui provvede alla cancellazione della causa dal ruolo, con rimessione al giudice indicato.
Inoltre, il giudice rimettente con tale ordinanza non può statuire sulle spese processuali relative alla fase svoltasi davanti a lui, a ciò provvedendo il giudice cui compete il provvedimento definitivo.
Ma vi è di più. La condanna alle spese è altresì ingiusta perché la sentenza non decide il merito della causa, ma si limita a pronunciarsi solo sulla questione pregiudiziale relativa alla competenza territoriale.
Non vi sono pertanto i presupposti richiesti dalle norme di legge per la condanna alle spese, in primis la soccombenza.
La Corte ritiene di accogliere il motivo di appello della società.
Dapprima il collegio ricorda che “la condanna alle spese legali (..) è conseguenza obiettiva della soccombenza” e “nel caso di specie (..) il giudice di prime cure non si è espresso sul merito della controversia, facendo venire a mancare del tutto una distinzione tra “parte vittoriosa” e “parte soccombente”, cui il principio del riparto delle spese legali trova giustificazione”.
Poi, decidendo di riformare la sentenza impugnata, come chiesto dall’Avv. Pagano, sostiene di “condividere pienamente il principio sancito dalla Suprema Corte (da ultimo C. Cass. 25180/2013), secondo il quale l’adesione all’eccezione di incompetenza territoriale comporta che venga escluso ogni potere del giudice adito di pronunciarsi sulle spese processuali relative alla fase svoltasi davanti a lui, dovendo invece provvedervi il giudice al quale la causa è rimessa”.
La sentenza pronunziata dalla Corte di Appello di Milano ha, quindi, riformato la sentenza di primo grado nella parte in cui condanna gli appellanti alla rifusione delle spese legali e ha condannato la Banca a rifondere agli appellanti le spese di lite.

Avv. Monica Pagano

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sospensione rinvio

Corte d’Appello di Milano – Sospesa Efficacia Esecutiva della Sentenza di I° grado

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Si pubblica un recentissimo clamoroso provvedimento ottenuto dall’avv. Biagio Riccio, unitamente all’avv. Monica Mandico, presso la Corte d’Appello di Milano, con il quale i predetti legali sono riusciti a conseguire la sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado, evidenziando, attesa l’istanza di fallimento presentata dalla Banca, la ricorrenza nel caso di specie dei requisiti del fumus boni iuris e del periculum in mora. In particolare, sulla scorta del ricorso ex art. 351 cpc, il Presidente ha sospeso inaudita altera parte l’efficacia esecutiva della sentenza, il tutto senza imporre il versamento della cauzione prevista dall’art. 283 cpc, stante la fondatezza dei motivi addotti nell’atto di appello e riportati succintamente nel ricorso 351 cpc.
Lo strumento codicistico opzionato dagli avv.ti Riccio e Mandico, ossia quello rubricato all’art. 351 del codice di rito, ha subito una notevole riforma nel corso degli anni.
I requisiti per l’ottenimento della pronuncia, infatti, erano vincolati, secondo giurisprudenza “granitica”, dalla presenza del fumus e del periculum. La sussistenza, pertanto, della apparente fondatezza, sotto un profilo tecnico-formale dell’appello proposto, e il danno irreparabile che l’esecuzione avrebbe cagionato alla parte ricorrente.
Detti elementi secondo una giurisprudenza prevalente dovevano contemporaneamente coesistere, sicchè la presenza di un solo dei due non avrebbe assolto all’onere giuridico richiesto, con l’effetto dell’impossibilità da parte della Corte di concedere la misura cautelare richiesta.
La rigidità del detto orientamento, veniva in un certo qual modo attenuta dalla I sezione della Corte di Appello Veneziana la quale seguendo anche un orientamento adottato dalla Corte di Appello di Bari (7 luglio 2004 in Foro It, 2005, I, 241) riteneva opportuno concedere la sospensione dell’esecuzione della sentenza qualora si fosse in presenza di un clamoroso errore nella sentenza di primo grado, anche in assenza di danno irreparabile.
L’orientamento sopramenzionato con argomentare vicino ad una prospettazione sostanziale del diritto riteneva, dunque, ingiusto affliggere la parte soccombente con degli effetti nati da una pronuncia macroscopicamente viziata.
La novità della prospettazione offerta è, pertanto, quella della ricerca di una decisione – cautelare – sostanziale – a prescindere dall’ esame del fumus.
Per quanto concerne la scelta strategica dello strumento dei provvedimenti sull’esecuzione provvisoria, appare fondamentale l’arresto sancito dalla Suprema Corte, secondo cui:“La costituzione nella fase dei provvedimenti sull’esecuzione provvisoria della sentenza, disciplinata dall’art. 351 cod. proc. civ., non implica l’automatica costituzione della parte nella fase di merito, in quanto, da un lato, la legge regola il procedimento di inibitoria come autonomo, e, dall’altro, diversamente interpretando, l’appellato, costituendosi nella fase sommaria preliminare, sarebbe tenuto a proporre appello incidentale in un termine più breve rispetto a quello fissato dagli artt. 166 e 343 cod. proc. civ. (Cass. n. 8150/2014)”
Pertanto, dallo studio incrociato sull’evoluzione processual – civilistica dello strumento descritto all’art. 351 c.p.c. e sullo sviluppo giurisprudenziale ad esso sotteso, è stato possibile delineare una difesa improntata alla guarentigia dei diritti del cliente senza l’“azione di disturbo” della Banca, ed il tutto sotto l’ombrello della Corte di legittimità.
La consistenza della difesa, inoltre, ha permesso al Giudice di concedere la sospensiva sull’esecutorietà della sentenza appellata anche senza il versamento della cauzione prevista ex art. 283 c.p.c.
Si rammenta che la difesa degli avv.ti Riccio e Mandico, si è svolta nell’ambito di un giudizio avente ad oggetto l’accertamento negativo del credito vantato dalla Banca in relazione ad un contratto di conto corrente nullo, in quanto contenente pattuizioni usurarie nonché privo delle condizioni di forma previste ad substantiam. Tuttavia, in sede di primo grado, il Giudice non ha accertato che il presunto credito vantato dall’istituto di credito fosse frutto di interessi usurari, condannando così l’istante al pagamento di una somma non dovuta e tanto in dispregio dell’art. 644 c.p. Nondimeno, la difesa dei suddetti legali ha dimostrato, in sede di appello mediante l’istanza ex art. 351 c.p.c., l’illegittimità del titolo esecutivo, atteso che quest’ultimo si basava su un credito fortemente contestato nonché inesistente per essere lo stesso usurario. Gli avv.ti hanno evidenziato, inoltre, facendo appello al principio del bilanciamento degli interessi in gioco, il grave pregiudizio che sarebbe derivato alla società appellante dalla mancata sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza; invero, la declaratoria di fallimento avrebbe avuto un effetto devastante per la società, con interruzione dell’attività ed effetti a cascata sulla forza lavoro impiegata all’interno della stessa.
Pertanto, mettendo in evidenza la sussistenza dei requisiti del fumus e del periculum in mora, si è riusciti ad ottenere un risultato esclusivo nelle forme del decreto inaudita altera parte, ponendo così un argine all’illegittima attività bancaria.

Nota dell’avv. Monica Mandico
Studio Legale Riccio

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sospensione rinvio

Corte d’Appello di Milano – Conferma della Condanna alla Restituzione delle Somme illegittimamente addebitate

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Si pubblica significativo provvedimento ottenuto dal prof. Avv. Michele Rondinelli, con il quale la Corte d’Appello di Milano ha confermato la sentenza di condanna (già pronunciata in I° grado) contro la banca avente ad oggetto la restituzione di somme illegittimamente addebitate e – contestualmente – ha rigettato ciascuno dei motivi d’appello addotti dal medesimo istituto di credito, in quanto considerati infondati e carenti di ragionevoli probabilità di accoglimento.

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Corte d’Appello di Torino – Ripercussione Vizi del Contratto di Conto Corrente sul Contratto di Mutuo

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La sentenza della Corte d’Appello di Torino del 15 giugno 2015 riconosce un collegamento negoziale tra il contratto di mutuo stipulato per ripianare il debito del conto corrente del cliente e lo stesso conto corrente.
Il provvedimento sancisce che la nullità per l’applicazione di interessi usurari del conto corrente si estende anche allo stesso contratto di mutuo, la cui stipulazione è stata imposta dalla banca per ripianare lo scoperto del conto stesso.
Ormai, sempre più spesso, assistiamo all’accensione di mutui sollecitati dalla Banca per estinguere il debito del correntista.
Tale sentenza, finalmente, riconosce l’estensione della nullità delle clausole del conto corrente, affetto d’usura, anche al mutuo acceso e collegato allo stesso.
La conseguenza è la nullità dello stesso mutuo per mancanza di causa concreta.

Avv. Paolo Missineo

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