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Tribunale di Mantova – banca condannata a 42mila euro

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Nota a sentenza n. 1002/2016

Ancora sull’onere probatorio: una sentenza che farà rumore

La sentenza in esame, la cui controversia è stata acutamente curata dal prof. Di Loreto, presenta indubbi profili di novità, soprattutto per quanto attiene alla questione dell’onere probatorio, in tema di contenzioso bancario.

Esistono come è noto diverse scuole di pensiero:

  • I giudici della sesta sezione del tribunale civile di Milano (condannano addirittura a lite temeraria) ergendosi( noi riteniamo in modo autoreferenziale ed arbitrario) a Giudice di legittimità, statuiscono che, per incardinare un giudizio, in tema di contenzioso bancario, grava sull’attore( sempre ed in ogni caso) la produzione di tutti i documenti: quest’ultimo deve depositare in giudizio il contratto, gli estratti conto ed ogni altra cartula necessaria alla bisogna. In mancanza la domanda si rigetta. Ricordiamo che proprio il prof. Di Loreto ha con una sua causa creato una crepa ed una faglia nel monolitico orientamento del tribunale meneghino sulla querelle dell’onere probatorio, dimostrando ai giudici milanesi che esistono altri orientamenti degni dell’apprezzamento della Corte di legittimità e comunque disattesi dai Collegi ambrogini( vedi sentenza n.5114/2016- estensore Margherita Monte).
  • Un’altra tesi sostenuta dal Tribunale di Torino caldeggia l’assunto secondo cui il contratto, se non è prodotto dal cliente, non implica il mancato accoglimento della domanda. Si aggancia all’art.127 del Testo Unico bancario, a tenor del quale le nullità operano solo a vantaggio del cliente e possono essere rilevate dal Giudice d’ufficio. Il che significa che una banca convenuta in giudizio, qualora il contratto non sia prodotto da parte attrice, non può chiedere che la sottesa domanda sia rigettata. Opera la guarentigia dell’art.127, il cui tessuto normativo è a protezione della parte più debole.
  • Vi è una terza scuola di pensiero che trova i suoi adepti nei magistrati pugliesi( in modo particolare quelli di Lecce e di Brindisi),i quali asseriscono in molte sentenze pubblicate in diversi siti( ahimè non in quello ex parte creditoris) che, in tema di accertamento negativo del credito, l’onere dell’attore è solo quello di provare l’addebito ingiustificato della Banca( sotto la specie di usura o di incompetenze non dovute, perchè contra legem), senza preoccuparsi della documentazione, che cede nella sfera giuridica dell’istituto convenuto, effettivo creatore e produttore della prova (estratti conto e contratto). E’ questo l’orientamento battezzato dagli interpreti quello della vicinanza della prova.

Nel caso in rassegna la peculiarità sta nel fatto che il Giudice di Mantova( un giudice del Nord Italia) giunge ad una conclusione, non avendo la banca prodotto il contratto, che tutte le competenze addebitate sul conto siano da restituire al cliente, perché la nullità è radicale: non opera alcun meccanismo sostitutivo, per esempio non si applicano gli interessi convenuti ma quelli legali.

Scrive il Giudice estensore: Parte attrice ha eccepito la nullità totale o parziale del contratto di conto corrente dedotto in lite: è circostanza pacifica (e del resto rilevata dalla scrivente in sede di ordinanza istruttoria) la mancata produzione del contratto di conto corrente che rappresenta il titolo degli addebiti per interessi, commissioni e spese.

Parte convenuta ha sostenuto che “chi propone la domanda di ripetizione è gravato dal dovere di provare il contenuto delle clausole contrattuali asseritamente nulle, producendo il contratto in questione e indicando la data di apertura del conto corrente e i relativi estratti conto, pena l’evidente natura esplorativa dell’azione di ripetizione proposta”.

Se è pacifico e va qui ribadito il condivisibile orientamento di legittimità che pone a carico del correntista in ripetizione la prova dei pagamenti di cui assume la illegittimità (e segnatamente degli estratti conto), altrettanto non può dirsi in relazione alla prova della esistenza di valido contratto.

Mentre infatti il correntista eccepisce l’invalidità dei pagamenti (in quanto effettuati in difetto di valido titolo, di cui chiede accertarsi la nullità, unitamente alla ripetizione degli addebiti illegittimi effettuati in seguito al predetto vizio), è l’istituto di credito convenuto che, nel sostenere la legittima applicazione degli addebiti di cui si duole controparte, eccepisce tanto la validità del titolo quanto la validità delle clausole pattuite, ed è quindi tenuto, ex art. 2697 c.c., a fornire prova dei fatti sui quali si fonda la predetta eccezione.

Ove infatti, ad esempio, in un rapporto di conto corrente parte attrice in ripetizione si dolga della mancata pattuizione del tasso di interessi ultralegali, non inserita in contratto, ragionando, secondo quanto sostiene la banca convenuta, si dovrebbe concludere che la domanda non potrebbe essere accolta “perché non è stata fornita prova del contenuto della clausola contrattuale” (prova evidentemente impossibile ove la stessa non sia mai stata pattuita); analogamente nell’ipotesi di nullità del contratto per difetto di forma scritta sul correntista ricadrebbe l’impossibilità di provare la illegittimità degli addebiti (perché non è stata da lui fornita prova del contratto), con la conseguenza che le azioni di ripetizione in tutti questi casi sarebbero inaccoglibili.

E’ al contrario la banca a dover dimostrare la validità del titolo e delle relative clausole.

Nella presente controversia il richiamato profilo si interseca con quello circa la prova della validità del contratto bancario: è noto infatti che l’obbligo di redazione in forma scritta dei contratti di conto corrente è stato introdotto dapprima con L. 154/1992 e quindi dal T.U.B. (d. 385/1993).

Nel presente caso, a fronte della domanda di accertamento della nullità del contratto intanto, la banca convenuta non ha né prodotto la relativa scheda negoziale né invero nemmeno allegato che il conto (del quale sono prodotti in atti estratti conto dal 1999) sia stato stipulato addirittura anteriormente alla entrata in vigore della suddetta normativa. Al contempo dalla documentazione in atti non risultano estratti conto anteriori al 1999 (o altra documentazione negoziale), sicché alcun indice di stipula del negozio nel periodo di vigenza del principio di libertà di forma può essere tratto.

Ne consegue la declaratoria di nullità del contratto di conto corrente dedotto in lite, per difetto di valida pattuizione per iscritto, con l’ulteriore corollario che il conto deve essere riliquidato in assenza d’ogni addebito e accredito d’ interessi; spese commissioni e qualsiasi forma di capitalizzazione degli stessi”.

Per il giudice di Mantova l’onere probatorio è contemplato da parte dell’attore solo in ragione della produzione di una perizia con i relativi estratti conto. La sentenza farà rumore.

Mazzano,7.09.2016                                                                           avv.Biagio Riccio

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Tribunale di Mantova – Sospesa Iscrizione Ipotecaria ed Esecutività degli Atti connessi

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In data 15.02.2016, il Tribunale di Mantova (Sez. Lavoro e Previdenza) ha sospeso l’iscrizione ipotecaria sull’immobile di un contribuente, scaturente dal mancato pagamento di obbligazioni contributive per la somma complessiva pari ad € 30.471,69.
Il contribuente ha impugnato il provvedimento di Equitalia e, contestualmente al ricorso, ha chiesto al Giudice la sospensione degli effetti esecutivi dell’atto.
Il Giudicante ha accolto la richiesta di sospensione, considerando sussistenti i gravi motivi esplicati nel ricorso introduttivo.

Studio Legale Ziletti

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Tribunale di Mantova – Domanda di accertamento del Saldo e Banca condannata per mancata Partecipazione alla Mediazione

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Con la sentenza del 23 febbraio 2016 il Tribunale di Mantova accoglie la domanda attorea finalizzata a conseguire una sentenza di accertamento che acclari la pattuizione e l’applicazione di interessi usurari, da parte della banca convenuta, sui conti corrente dell’attrice e quindi che ridetermini il dare e avere tra le parti.
Nel caso di specie, la controversia muove dalla rilevazione di un rapporto bancario viziato nonché, in particolare, dal mancato rispetto, da parte della banca presso cui la società attrice – difesa dall’Avv. Monica Pagano – ha aperto due conti corrente, della normativa antiusura.
Specificamente, dall’elaborato peritale commissionato dalla società per rivalutare la correttezza di uno dei rapporti intercorsi con l’Istituto di Credito e sviluppato alla luce della legge 108/96, del T.U.B., del D.lgs. 385/93 e dell’art. 1283 c.c., è emersa l’applicazione di interessi usurari.
Idem per quanto concerne l’altro rapporto, come rilevato e provato dall’ulteriore documentazione prodotta dalla società in sede di citazione.
Con tale primo atto, quindi, la società chiede, tra l’altro, che il Giudice dichiari la nullità delle clausole contrattuali ai sensi dell’ art. 1815 secondo comma c.c. (“Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”) e accerti, quindi il saldo effettivo dei conti corrente (rideterminazione del rapporto dare e avere) ordinando il ricalcolo sull’intero rapporto secondo legge, senza anatocismo (in subordine su base annuale), con esclusione del conteggio trimestrale degli interessi e del tasso ultralegale e usurario, della commissione di massimo scoperto e della valuta.
Ancora la società chiede, in via istruttoria l’ammissione di Consulenza Tecnica d’Ufficio affinché il perito confermi, se del caso, le risultanze peritali.
In materia bancaria, la consulenza tecnica d’ufficio (C.T.U.) è da considerare un passaggio obbligato dell’iter che porta il Giudice ad emettere la sentenza perché si tratta di analizzare fondamentalmente dati che emergono dalle c.d. perizie econometriche
Nella controversia de quo il Giudice ha ammesso, come richiesto dalla parte attrice, l’espletamento della CTU.
Analizzando la sentenza, il giusdicente, relativamente a uno dei due contratti di conto corrente, evidenzia come non sia stata dedotta e provata documentalmente una valida pattuizione di tassi e capitalizzazione prima di una formalizzazione avvenuta molti anni dopo con un nuovo contratto e per questo ritiene fondate le eccezioni di parte attrice sulla mancata pattuizione degli interessi ultralegali e delle spese.
Ancora, in punto di indeterminatezza delle condizioni contrattuali la sentenza aggiunge che: “Quanto al tasso ordinario, deve ribadirsi quanto costantemente sostenuto in giurisprudenza sulla mancanza di determinatezza del rinvio alle norme bancarie uniformi codificanti gli interessi per c.d. “uso piazza”, peraltro in pieno regime della legge 154/92 e successivamente, dell’art. 117 del TUB”.
Per tali motivi, dunque, conferma il quesito rivolto al CTU, con il quale gli veniva chiesto di “depurare il conto dalle somme trattenute a titolo di CMS e di spese di tenuta conto, in quanto pattuite solo genericamente nel contratto del (omissis) (più risalente; n.d.r.), nonché di ricalcolare l’interesse secondo le previsioni di cui all’art. 117/7 TUB1 (..)”.
Così sull’anatocismo: “Il conto è altresì stato depurato dell’anatocismo in quanto illegittimo (vv. da ultimo Cass. SSUU 24418/2010) nella fase precedente il d. lgs. 342/99 e la delibera CICR 9/2/2000, ma non sanato dall’adeguamento spontaneo della banca a decorrere dal giugno 2000”.
Il comma 7 dell’art. 117 del Testo Unico Bancario dispone: “In caso di inosservanza del comma 4 e nelle ipotesi di nullità indicate nel comma 6, si applicano: a) il tasso nominale minimo e quello massimo, rispettivamente per le operazioni attive e per quelle passive, dei buoni ordinari del tesoro annuali o di altri titoli similari eventualmente indicati dal Ministro dell’economia e delle finanze, emessi nei dodici mesi precedenti la conclusione del contratto o, se più favorevoli per il cliente, emessi nei dodici mesi precedenti lo svolgimento dell’operazione; b) gli altri prezzi e condizioni pubblicizzati per le corrispondenti categorie di operazioni e servizi al momento della conclusione del contratto o, se più favorevoli per il cliente, al momento in cui l’operazione è effettuata o il servizio viene reso; in mancanza di pubblicità nulla è dovuto”.
È opportuno a questo punto considerare che la legge di stabilità 2014 (Legge n. 147/2013) interviene a modificare sensibilmente la disciplina dell’anatocismo bancario con il nuovo art. 120, comma 2 del TUB2.
Già molto tempo prima, comunque, la Giurisprudenza di legittimità, era intervenuta in questa materia, assestandosi sull’illegittimità dell’istituto e, in particolare, con due sentenze a Sezioni Unite, ha dapprima sancito la nullità dell’anatocismo trimestrale (Cassazione civile, sez. un., sentenza n. 21095/2004), per poi giungere a dichiarare la nullità dell’anatocismo annuale in favore della banca e la legittimità di quello annuale in favore del cliente (Cassazione civile, sez. un., sentenza n. 24418/2010).
E’ noto che l’anatocismo, ovvero la produzione indefinita di interessi sugli interessi degli interessi, in mancanza di usi contrari, è consentito esclusivamente nel caso in cui a tal fine sia stata presentata specifica domanda giudiziale oppure sia stata stipulata idonea convenzione posteriore di almeno sei mesi alla loro scadenza (art. 1283 c.c.).
Ciò posto, il formulario base del contratto adottato dalla maggior parte degli istituti di credito per regolare il rapporto di apertura di credito con affidamento mediante scoperto su conto corrente, stabilisce l’addebito di interessi composti o anatocistici sugli interessi primari (art. 7, 3 co: “gli interessi dovuti dal correntista … producono a loro volta interessi nella stessa misura”), capitalizzati nei singoli periodi trimestrali di contabilizzazione del rapporto (art. 7, 2 co: “i conti che risultino, anche saltuariamente, debitori vengono chiusi contabilmente, in via normale, trimestralmente e cioè a fine marzo, giugno, settembre dicembre”).
Tale pattuizione, per violazione del combinato disposto degli articoli 1283 e 1418, 2 co, è nulla e improduttiva di ogni effetto (cfr. ex multis Cass. Civ. 18 settembre 2003, n. 13739; Corte di Cassazione, Sezione I, 28 marzo 2002 n. 4498; Corte di Cassazione, Sezione I, 28 marzo 2002 n. 4490;Corte di Cassazione, Sezione I, 1° febbraio 2002 n. 1281; Corte di Cassazione, Sezione I, 11 novembre 1999 n. 12507; Corte di Cassazione, Sezione III, 30 marzo 1999 n. 3096; Trib. Monza 21 febbraio 1999).
2 Ecco il testo: «Il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che:
a) nelle operazioni in conto corrente sia assicurata, nei confronti della clientela, la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori;
b) gli interessi periodicamente capitalizzati (contabilizzati) non possano produrre interessi ulteriori che, nelle successive operazioni di capitalizzazione, sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale».
15 giugno 1998; Trib. Vercelli 21 luglio 1994; Pret. Roma 11 novembre 1996 e Cassazione Civile, Sez. I, 1 ottobre 2002, n. 14091 la quale ha, specificamente statuito che: “La clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente di una banca è nulla in quanto essa non risponde ad un uso negoziale (e non normativo), ancorché la clausola stessa sia nello specifico contratto, dichiarata conforme alle “norme bancarie uniformi” (giacché anche queste costituiscono usi negoziali”).
Gli orientamenti giurisprudenziali maggioritari affermano, dunque, l’inesistenza di un uso normativo idoneo a derogare ai limiti di ammissibilità dell’anatocismo previsti dall’art. 1283 c.c.: non esiste un uso normativo, anteriore all’entrata in vigore del vigente codice civile del 1942 e neppure successivo (non possono essersi formati validamente altri usi normativi rispetto a quelli già esistenti al momento di entrata in vigore del codice), il cui contenuto consenta la pattuizione preventiva della capitalizzazione trimestrale degli interessi non ancora scaduti.
La Suprema Corte, nel tempo, ha vietato ogni forma di anatocismo (e non solo quella trimestrale): con la sentenza 2 dicembre 2010, n. 24418, già citata e riportata dal Giudice nella sentenza in commento, in particolare, è stato stabilito che né la banca, né il giudice possono applicare una capitalizzazione con una diversa periodicità, in questo modo dichiarando illegittima anche la capitalizzazione annuale del servizio del credito, ovvero gli interessi.
Per il resto, la società attrice, difesa dall’Avv. Monica Pagano, ritiene di dover contestare in alcune parti il disposto del Giudice, in particolare laddove dispone che il saldo a favore del correntista (parte attrice) ammonta, quanto anuno dei due conti corrente, alla somma di € 44.592,14.
Il Consulente, rispondendo al quesito, aveva in realtà elaborato due distinte ipotesi: la prima prevedeva rielaborazione con applicazione della capitalizzazione dal 30.09.2006; mentre, la seconda rielaborazione con applicazione della capitalizzazione per il periodo successivo alla delibera CICR 9.2.2000.
Nelle due ipotesi elaborate dal CTU il credito del correntista è ben superiore alle somme riconosciute in sentenza dal Giudice.
Egli, in particolare, ritiene che il ricalcolo effettuato dal Consulente sia stato eseguito correttamente fino a una certa data, reputando che da tale termine, fosse intervenuta una corretta pattuizione delle clausole del conto con conseguente legittimità degli addebiti.
A ben vedere, l’organo giudicante non tiene conto della circostanza che per il periodo successivo (a partire da tale data) il saldo del conto corrente era positivo, circostanza che era stata rilevata dal CTU nella sua relazione: “Si osserva che il quesito richiede, letteralmente, la rielaborazione del conto corrente alla data del (omissis). In realtà i risultati della rielaborazione alla data indicata producono effetti significativi anche sul periodo successivo: ad esempio risultando a tale data, e per l’intero periodo successivo, un saldo ricalcolato positivo (ovvero creditore per il correntista), non risultano più dovuti gli interessi debitori e le c.m.s. addebitate dalla banca; anzi maturano interessi creditori, da calcolarsi al tasso banca, in quanto pattuito per il periodo successivo al (omissis)”.
Invero, inspiegabilmente, il Giudice ha ignorato l’illegittimo addebito da parte della banca di somme superiori a 20.000 € a partire da un periodo nel quale il saldo correntista non era negativo e l’istituto di credito non avrebbe potuto, conseguentemente, addebitargli interessi debitori e c.ms.
Di converso, da tale periodo, sono maturati interessi creditori a favore del correntista!
Ci si permette, altresì, di dissentire perché, come già rilevato dalla scrivente difesa in sede di osservazioni alla CTU, il saldo più favorevole per il correntista, risultante dal ricalcolo effettuato dal Consulente (€ 68.236,93), era addirittura il frutto della ricostruzione del saldo/conto secondo le indicazioni e le precisazioni richieste dalla Banca.
Laddove, a differenza di quanto sostenuto da parte attrice, il Tribunale ritiene, in merito all’usura sopravvenuta, che il riferimento alle c.d. Istruzioni della Banca d’Italia “sia imprescindibile nel calcolo dell’usura atteso che, pur non essendovi dubbio come non si tratti di fonti del diritto in senso proprio, nemmeno le stesse possono essere degradate al rango di semplici circolari” e ancora che “Le stesse si collocano poi in posizione peculiare nella normativa antiusura e, in particolare, nella determinazione del c.d. tasso soglia”.
Più correttamente, a parere della difesa dell’attrice, il Giudice avrebbe dovuto fare esclusivo riferimento alla normativa di cui alla Legge 108/1996.
Infatti, più volte la Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata in ordine alla non vincolatività delle indicazioni della Banca d’Italia oltre al fatto che, come è chiaro, tali circolari o istruzioni non possano in nessun modo essere considerate fonte di legge tale da derogare alla normativa posta in materia di usura (ex multis C. Cass. n.46669/11, conforme anche Tribunale di Brindisi 09.08.2012 – Tribunale di Pordenone 07.03.2012 – Corte d’Appello di Torino 20.12.2013).
Tali statuizioni incidono in modo particolare sul metodo di calcolo delle CMS e parte attrice, in sede di osservazioni alla CTU, redatte dopo l’invio della bozza, aveva richiesto al Consulente, in merito alla verifica dell’eventuale superamento della soglia di usura, di effettuare un calcolo alternativo comprendendo tra la voce “costi e oneri” anche la CMS ante 2009.
Lo stesso ha ritenuto di non provvedervi e il Giudice ha condiviso tale scelta sulla base del rilievo che “le Istruzioni della Banca d’Italia vigenti fino al 2010 prevedono il suo calcolo (delle CMS; n.d.r.) secondo il criterio della cms-soglia”.
In realtà, l’art. 644, 4 comma c.p. stabilisce che “…per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito”.
Inoltre la legge d’interpretazione autentica nr. 24/2001 (che ha convertito l’originario decreto legge) ha chiarito all’art. 1 che “…ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento.”
Anche la Cassazione Penale più volte ha ribadito come: “anche la CMS dev’essere tenuta in considerazione quale fattore potenzialmente produttivo di usura, essendo rilevanti, ai fini della determinazione del tasso usurario, tutti gli oneri che l’utente sopporta in relazione all’utilizzo del credito, indipendentemente dalle istruzioni o direttive della Banca d’Italia (circolare della Banca d’Italia 30.9.1996 e successive) in cui si prevedeva che la CMS non dovesse essere valutata ai fini della determinazione del tasso effettivo globale degli interessi, traducendosi in un aggiramento della norma penale che impone alla legge di stabilire il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari” (cfr. Cass. Pen. Sez. II, sent. 22 luglio 2010, n. 28743; Cass. Pen. Sez. sent. 26 marzo 2010, n. 12028 e, già citata, Cass. Pen. Sez. II nr. 46669/2011).
L’ultimo punto affrontato dalla sentenza in commento riguarda l’esito negativo della procedura di mediazione attivata da parte attrice, per mancata adesione da parte dell’istituto di credito.
Il Giudice, in particolare, condanna quest’ultimo al pagamento di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio a favore dell’entrata del bilancio dello stato, come previsto dall’art. 8, comma IV bis del D.lgs. 828/2013, per non aver partecipato, senza giustificato motivo, alla procedura suddetta, come dimostrato da parte attrice.
La sentenza pronunziata dal Tribunale di Mantova il 23 febbraio 2016 ha, quindi, accolto la domanda attorea acclarando, di conseguenza, la pattuizione e l’applicazione di interessi ultra-legali e usurari, commissioni e spese non dovute, da parte della banca convenuta, sui conti corrente dell’attrice e rideterminando, quindi, il dare e avere tra le parti.
Ha, infine, condannato l’istituto di credito alle spese processuali nonché per non aver partecipato alla procedura di mediazione.

Avv. Monica Pagano

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Anatocismo bancario fuorilegge

Tribunale di Mantova – Ricalcolo del Conto Corrente: il cliente è creditore della banca!

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Nel 2012, una società titolare di un conto corrente acceso presso l’istituto di credito coinvolto si rivolgeva ad uno studio legale per la verifica dell’esattezza dei conti e del presunto saldo negativo, così come richiesto dall’Istituto di credito.
La compagine societaria, con l’ausilio del citato Avv. Di Loreto, esperto di diritto bancario, incardinava un giudizio presso il Tribunale di Mantova per accertare l’illegittimità di interessi, commissioni, remunerazioni, oneri e spese addebitate dalla Banca sul conto corrente.
A fondamento della domanda attorea si ponevano le perizie econometriche SDL, comprovanti l’applicazione di tassi di interesse di natura ultralegali, anatocistici e usurari nonché di somme addebitate, ma mai approvate per iscritto dalla correntista.
Più nello specifico, richiedeva il ricalcolo del conto corrente, epurato da tutte quelle voci marchianamente illegittime e, per l’effetto, insisteva per la rideterminazione del saldo, sulla circostanza che la correntista risultava avere un congetturato saldo debitore di circa € 32.000.
A seguito di un’asprissima “battaglia” giudiziaria, il responso del Consulente Tecnico nominato dal Giudice adito non lascia spazio ad interpretazioni: il cliente risulta creditore della Banca e non debitore, come invece sostenuto da controparte.
Difatti, nella comparsa di costituzione e risposta, la Banca convenuta avanzava l’eccezione di compensazione dei crediti e debiti reciproci, per poi depositare nelle mani del CTU l’incartamento in cui risultava avere un saldo a credito.
Ebbene, nel ricalcolare il saldo, il CTU analizzava principalmente le voci anatocistiche e gli interessi illegittimi ed usurari, precisando, tra l’altro, che “il calcolo proposto dalla convenuta (rectius la Banca) secondo le Istruzioni della BANCA d’Italia 2009 non sia di fatto applicabile atteso che postula il calcolo separato della CMS sulla base dell’accordato”.
L’ausiliario del Giudice, in sintesi, faceva proprie in toto le memorie istruttorie del Prof. Di Loreto e concludeva con due ipotesi, entrambe a credito per il malcapitato cliente e poi riportate in sentenza.
La sentenza de qua dimostra, ancora una volta, l’importanza di affidarsi a professionisti navigati in materia, purché muniti di perizie tecnico contabili affidabili ed attendibili.
Un ennesimo sopruso concretato dal ceto bancario e, per fortuna, punito dalla magistratura grazie al costante lavoro di SDL che, in virtù degli innumerevoli successi giurisprudenziali, risulta il punto di riferimento dei malcapitati clienti.

Avv. Biagio Narciso
Causa seguita dagli Avv. Giuseppe Bonovolontà ed Avv. Antonio Fusco dello Studio Legale Avv. Biagio Riccio

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Tribunale di Mantova – Ammissione CTU contabile e relativi quesiti

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Si pubblica provvedimento ottenuto dall’avv. Luca Palvarini presso il Tribunale di Mantova, ove il giudice ha disposto CTU contabile incaricando il consulente incaricato di verificare se nei trimestri indicati vi sia stato superamento del tasso soglia rilevante ex L. 108/96 e successive modifiche e – qualora tale verifica abbia esito positivo – ridetermini il saldo del c/c eliminando i debordi rispetto al tasso soglia nonché la capitalizzazione di detti interessi debordanti. Altresì, lo stesso consulente dovrà procedere – nell’ipotesi di nullità delle dedotta c.m.s. – ad epurare il saldo del c/c dagli addebiti effettuati a tale titolo.

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