sentenza Archivi | SDL Centrostudi

tribunale di torino

Tribunale di Torino – Appostazioni illecite sulle commissioni ed usura, quando la Banca è condannata a pagare

By | Leggi e Sentenze, Sentenze | No Comments
È con viva soddisfazione che Vi inoltriamo la sentenza positiva ottenuta dall’Avv. Elio Michele Gnocato sul Tribunale di Torino, che ha portato grande giovamento al comune cliente.
Vi invitiamo a leggere con attenzione anche il commento esplicativo del collega qui di seguito:

Spett.le SDL, allego sentenza ottenuta presso il Tribunale di Torino nei confronti della Banca Unicredit S.p.a. La sentenza è positiva. Il dispositivo prevede la condanna dell’istituto bancario al pagamento di Euro 238.494,69. La non debenza per i garanti/fideiussori dell’importo di Euro 189.223,07. Il pagamento delle spese di mediazione oltre al rimborso delle spese legali. La parte motiva merita approfondita valutazione. Precisando che l’ammontare della condanna suddetta deriva da illecite appostazioni a titolo di CMS ed usura. Su tale ultimo punto vi è una presa di posizione netta in contrasto con quanto di recente statuito dalla Suprema Corte con la sentenza n. 12965/16, tanto cara agli istituti di credito. Nel merito si illustra l’iter procedurale nel quale il Giudicante, all’esito dell’udienza ex art. 281 sexies ha rimesso in istruttoria la causa con ammissione della CTU, previo accoglimento di quanto dedotto nell’istanza ex art. 177 c.p.c. formulata, nella quale, a fronte dell’assunto per il quale la consulenza tecnica di parte risulta infondata poiché considera gli interessi legittimamente capitalizzati ai fini del calcolo dell’usura, si è dimostrato che tale addendo risulta ininfluente nel calcolo del superamento del tasso soglia visto l’ammontare degli ulteriori addendi, quale CMS, spese, che necessariamente devono essere inseriti nel TEG. La CTU è stata svolta secondo un doppio criterio. La formula è quella utilizzata dalla Banca d’Italia. La variante risale nell’utilizzo delle istruzioni tempo per tempo vigenti e quella secondo la formula agosto 2009 anche per il periodo pregresso. La differenza è sostanziale. Posto che nel primo caso si escludono le CMS nel computo del TEG, nel secondo no. Quindi anche per il periodo pregresso al 2009 (e quindi discostandosi dalla indicazioni tempo per tempo emesse dalla Banca d’Italia) devono essere computate nel calcolo del TEG le CMS oltre oneri ecc con espresso riferimento alla norma penale 644 c.p. Il doppio conteggio è stato ulteriormente duplicato secondo una valutazione che prevedeva nel caso di trimestri “usurati” la riconduzione la tasso soglia degli stesso, ovvero lo storno complessivo ex art. 1815 c.c. Dopo ampio dibattito la modalità di conteggio adottata prevede l’applicazione della formula Banca d’Italia con inserimento CMS e oneri ex art. 644 c.p. per tutto il periodo di indagine e l’applicazione dell’art. 1815 c.c. Da ultimo occorre valutare la motivazione di “critica” rispetto al principio espresso nella sentenza Cassazione 12965/16. Sulla base di ciò è stato formulato giusto motivo d’appello. *** Abstract: L’art. 2bis, comma 2 D.Ln. 185/2008, introdotto con Legge di conversione n.2 del 2009, è norma di interpretazione autentica dell’art. 644, comma 4 c.p. L’esclusione delle CMS nel computo del TEG, trova giustificazione nel principio non condivisibile che la Legge n. 2/2009 abbia portata innovativa, e dunque non sia applicabile retroattivamente. A tal fine viene richiamata la sentenza della Cassazione n. 12965 del 22.06.2016. Sul punto il Tribunale di Torino con la sentenza n. 2129 del 20.04.2017, confuta l’orientamento della Corte di Cassazione sentenza n. 12965 del 22.06.2016 a tenore del quale , allo scopo di valutare il superamento del tasso soglia , non debba tenersi conto delle CMS, deducendo come: “La predetta sentenza non possa costituire un punto di svolta….” . In particolare, il Giudice Torinese evidenzia come la tesi della Corte, richiamata nella sentenza appellata, contrasti con altra nota pronuncia della Cassazione Penale n. 12038 del 2010, laddove si dispone che il tenore letterale dell’art. 644, comma 4 c.p. impone di considerare, ai fini della verifica dell’usurarietà, tutti gli oneri connessi all’utilizzo del credito. Tra cui deve essere, senza ombra di dubbio, compresa la “commissione di massimo scoperto”. Per l’effetto, il Tribunale di Torino conclude affermando che: “anche la CMS deve essere tenuta in considerazione quale fattore potenzialmente produttivo di usura, essendo rilevanti ai fini della determinazione del tasso usurario tutti gli oneri che l’utente supporta in relazione all’utilizzo del credito, indipendentemente dalle istruzioni o direttive della Banca d’Italia (circolare della Banca d’Italia 30.09.1996 e successive) in cui si prevedeva che la CMS non dovesse essere valutata ai fini della determinazione del tasso effettivo globale degli interessi, traducendosi in un aggiramento della norma penale che impone alla legge di stabilire il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari” (Tribunale di Torino, sentenza n. 2129 del 20 aprile 2017). *** Emergono i seguenti principi: 1) Le CMS sono nulle per indeterminatezza se non prevedono la base di calcolo su cui calcolarle. N.B. Tutto ciò emerge dalla lettura del contratto di conto corrente. Il problema (per le banche) è riscontrabile nel 50% minimo dei contratti analizzati; 2) Ai fini del calcolo dell’usura le CMS devono essere computate per tutto il periodo di indagine, unitamente alle spese e oneri ex art. 644 c.p.; 3) In caso di usura si applica l’art. 1815 c.c. per i trimestri in cui è riscontrata e non solo in caso di usura Ab origine; 4) Ai garanti e fideiussori si estendono i relativi benefici ottenuti nella fase di accertamento. A disposizione porgo cordiali saluti. Avv. Elio Michele Gnocato.

Tribunale di Torino – 4 maggio

sentenza annullamento

Sentenza emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Milano

By | Leggi e Sentenze, Sentenze | No Comments

ANNULLAMENTO DI SOLLECITO DI PAGAMENTO PER IL COMPLESSIVO IMPORTO DI EURO 135.290,03

 

Trattasi di interessante sentenza emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Milano in data 23.11.2016 e pubblicata in data 02.01.2017, nella quale, tra l’altro, vengono definite in modo netto alcune questioni relative all’onere probatorio.

 

La Commissione ha accolto integralmente il ricorso e annullato l’atto impugnato.

 

La causa definita dalla Commissione aveva ad oggetto un sollecito di pagamento notificato da Equitalia in data 22.02.2016, sollecito emesso sul presupposto del mancato pagamento di tre cartelle, dettagliatamente indicate nel ricorso, per le annualità 2009, 2010 e 2011, per un carico complessivo di Euro 135.290,03.

 

Attraverso il ricorso si è eccepita, innanzitutto, l’omessa notifica delle cartelle di pagamento, atti presupposti a qualsiasi procedura di riscossione coattiva.

In materia, l’art. 25, comma 1, del Dpr. n. 602/1973, disciplinante le modalità di riscossione, prevede espressamente che l’Agente della Riscossione debba notificare la cartella di pagamento al debitore iscritto a ruolo.

La citata legge pone, dunque, in capo all’Agente della riscossione il preciso onere di notificare l’iscrizione a ruolo portata dalla cartella di pagamento.

E’ di tutta evidenza, quindi, che, in mancanza della notifica di un atto presupposto, l’azione amministrativa tesa alla riscossione dei contributi risulta viziata.

Ciò deriva dalla semplice circostanza che, essendo il procedimento di riscossione improntato al principio di “tipicità” degli atti, l’attuazione della pretesa deve avvenire seguendo le regole positivizzate dal legislatore.

Da tale vizio risulta inequivocabilmente la decadenza in cui è incorsa Equitalia Spa in relazione al potere di riscuotere i tributi oggetto del ricorso.

Stante la mancanza di notifica delle cartelle esattoriali, si è altresì contestata l’inesistenza, o comunque la nullità o l’annullabilità, delle relative iscrizioni a ruolo.

 

Tali principi sono stati fatti propri dalla Commissione, ritenendo preliminare ed assorbente tale motivo di ricorso.

Ha rilevato, infatti, la Commissione che nell’atto impugnato non è allegata alcuna prova della notificazione delle cartelle di pagamento, e degli estratti di ruolo, alla base del sollecito di pagamento.

Scrive il Giudice Tributario: “La mancata costituzione in giudizio di Equitalia s.p.a. e la conseguente mancata produzione di documentazione attestante l’effettiva notificazione di tali atti, impedisce di poter verificare se le cartelle di pagamento siano state ritualmente notificate alla ricorrente e se la stessa sia stata dunque posta in condizione di impugnare ciascuna cartella”.

La Commissione ha quindi accolto il ricorso e annullato l’atto impugnato.

Causa seguita dall’Avv. Andrea Ziletti.

Scarica il Documento

sentenza annullamento

Sentenza di annullamento di intimazione e relative cartelle di pagamento

By | Leggi e Sentenze, Sentenze | No Comments

ANNULLAMENTO PARZIALE DI INTIMAZIONE DI PAGAMENTO PER IL COMPLESSIVO IMPORTO DI EURO 46.807,63

 

Trattasi di interessante sentenza emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Milano in data 19.12.2016 e pubblicata in data 11.01.2017.

La Commissione ha accolto il ricorso e annullato quasi integralmente l’atto impugnato.

La causa definita dalla Commissione aveva ad oggetto una intimazione di pagamento notificata da Equitalia in data 11.04.2016, intimazione emessa sul presupposto del mancato pagamento di cinque cartelle esattoriali, dettagliatamente indicate nel ricorso, relative ad IRPEF, addizionale regionale, contributo sanitario nazionale, per le annualità 1994, 1995, 1996, 1997, 1998, per un carico complessivo di Euro 48.877,85.

Attraverso il ricorso si è eccepita, tra l’altro, l’omessa notifica delle cartelle di pagamento, quali atti presupposti a qualsiasi procedura di riscossione coattiva.

Si è poi eccepita la decadenza in cui è incorsa Equitalia dal potere di riscossione dei tributi e dalla notificazione di ulteriori atti, nonché la prescrizione di parte dei tributi pretesi.

 

Ebbene, la CTP di Milano, in accoglimento dell’eccezione di decadenza, ha evidenziato che i tributi oggetto della pretesa di Equitalia sono relativi a dichiarazioni presentate fino al 31.12.2001 e che, pertanto, la notifica delle cartelle doveva avvenire entro il quinto anno successivo a quello di presentazione (ex L. 156/2005).

Di conseguenza, ad eccezione di una sola cartella tra quelle indicate nell’impugnata intimazione, per tutte le altre è maturato il termine di decadenza di cui all’art. 25 del D.P.R. 602/73.

Dato che l’unica cartella per cui Equitalia non è stata dichiarata decaduta porta un credito pari ad euro 2.070,22, l’adita Commissione Tributaria ha annullato l’atto impugnato per la complessiva somma di euro 46.807,63.

Causa seguita dall’Avv. Andrea Ziletti.

Scarica il Documento

sentenza_sdl

Tribunale Ascoli Piceno – Sentenza n.965 del 13/09/2016

By | Leggi e Sentenze, Sentenze | No Comments

Siamo lieti di attenzionarVI l’allegata sentenza ottenuta presso il tribunale di Ascoli Piceno dall’Avvocato Michela Di Iorio di cui di seguito vi lasciamo Suo breve commento:

“Allegata alla presente invio sentenza di cui all’oggetto con la quale il Giudice, dott.ssa Giusti, si è pronunciata definitivamente e positivamente sulle questioni inerenti la validità dell’atto di citazione, l’ammissibilità dell’azione di ripetizione di indebito, il termine di prescrizione, la mancata contestazione degli estratti conto, la soluti retentio, l’illegittimità dell’anatocismo (conto ante 2000) e sull’indebita applicazione delle CMS per indeterminatezza.
Il Giudicante ha, poi, rimesso la causa in istruttoria per l’espletamento della CTU affinchè il perito provveda a determinare il saldo del c/c per cui è causa.”

Scarica il Documento

perizia sdl centrostudi biagio riccio

Recentissima sentenza n. 17685/16

By | Leggi e Sentenze, Sentenze | No Comments

Vi attenzioniamo la recentissima sentenza n. 17685/16 con cui la Corte di Cassazione torna a ribadire il principio (espresso stavolta in fattispecie differente da quella relativa ai rapporti bancari ma, comunque, di portata generale) secondo cui la ctu è doverosa allorquando la risoluzione della questione controversa richieda particolari conoscenze tecniche.

In tal caso il giudice non può negare il mezzo istruttorio richiesto che può anche assurgere a fonte oggettiva di prova.

Pertanto, ove il magistrato rigetti la domanda omettendo di espletare i necessari accertamenti tecnici, si configurerà una ipotesi di “motivazione apparente” impugnabile in appello o in cassazione.

Di seguito il link che rimanda al sito dello Studio Cataldi che ha pubblicato mezzo web il testo della sentenza con un breve commento:

http://www.studiocataldi.it/articoli/23325-danni-da-rumore-serve-sempre-la-ctu.asp

sentenza_sdl

Tribunale di Mantova – banca condannata a 42mila euro

By | Leggi e Sentenze, Sentenze | No Comments

Nota a sentenza n. 1002/2016

Ancora sull’onere probatorio: una sentenza che farà rumore

La sentenza in esame, la cui controversia è stata acutamente curata dal prof. Di Loreto, presenta indubbi profili di novità, soprattutto per quanto attiene alla questione dell’onere probatorio, in tema di contenzioso bancario.

Esistono come è noto diverse scuole di pensiero:

  • I giudici della sesta sezione del tribunale civile di Milano (condannano addirittura a lite temeraria) ergendosi( noi riteniamo in modo autoreferenziale ed arbitrario) a Giudice di legittimità, statuiscono che, per incardinare un giudizio, in tema di contenzioso bancario, grava sull’attore( sempre ed in ogni caso) la produzione di tutti i documenti: quest’ultimo deve depositare in giudizio il contratto, gli estratti conto ed ogni altra cartula necessaria alla bisogna. In mancanza la domanda si rigetta. Ricordiamo che proprio il prof. Di Loreto ha con una sua causa creato una crepa ed una faglia nel monolitico orientamento del tribunale meneghino sulla querelle dell’onere probatorio, dimostrando ai giudici milanesi che esistono altri orientamenti degni dell’apprezzamento della Corte di legittimità e comunque disattesi dai Collegi ambrogini( vedi sentenza n.5114/2016- estensore Margherita Monte).
  • Un’altra tesi sostenuta dal Tribunale di Torino caldeggia l’assunto secondo cui il contratto, se non è prodotto dal cliente, non implica il mancato accoglimento della domanda. Si aggancia all’art.127 del Testo Unico bancario, a tenor del quale le nullità operano solo a vantaggio del cliente e possono essere rilevate dal Giudice d’ufficio. Il che significa che una banca convenuta in giudizio, qualora il contratto non sia prodotto da parte attrice, non può chiedere che la sottesa domanda sia rigettata. Opera la guarentigia dell’art.127, il cui tessuto normativo è a protezione della parte più debole.
  • Vi è una terza scuola di pensiero che trova i suoi adepti nei magistrati pugliesi( in modo particolare quelli di Lecce e di Brindisi),i quali asseriscono in molte sentenze pubblicate in diversi siti( ahimè non in quello ex parte creditoris) che, in tema di accertamento negativo del credito, l’onere dell’attore è solo quello di provare l’addebito ingiustificato della Banca( sotto la specie di usura o di incompetenze non dovute, perchè contra legem), senza preoccuparsi della documentazione, che cede nella sfera giuridica dell’istituto convenuto, effettivo creatore e produttore della prova (estratti conto e contratto). E’ questo l’orientamento battezzato dagli interpreti quello della vicinanza della prova.

Nel caso in rassegna la peculiarità sta nel fatto che il Giudice di Mantova( un giudice del Nord Italia) giunge ad una conclusione, non avendo la banca prodotto il contratto, che tutte le competenze addebitate sul conto siano da restituire al cliente, perché la nullità è radicale: non opera alcun meccanismo sostitutivo, per esempio non si applicano gli interessi convenuti ma quelli legali.

Scrive il Giudice estensore: Parte attrice ha eccepito la nullità totale o parziale del contratto di conto corrente dedotto in lite: è circostanza pacifica (e del resto rilevata dalla scrivente in sede di ordinanza istruttoria) la mancata produzione del contratto di conto corrente che rappresenta il titolo degli addebiti per interessi, commissioni e spese.

Parte convenuta ha sostenuto che “chi propone la domanda di ripetizione è gravato dal dovere di provare il contenuto delle clausole contrattuali asseritamente nulle, producendo il contratto in questione e indicando la data di apertura del conto corrente e i relativi estratti conto, pena l’evidente natura esplorativa dell’azione di ripetizione proposta”.

Se è pacifico e va qui ribadito il condivisibile orientamento di legittimità che pone a carico del correntista in ripetizione la prova dei pagamenti di cui assume la illegittimità (e segnatamente degli estratti conto), altrettanto non può dirsi in relazione alla prova della esistenza di valido contratto.

Mentre infatti il correntista eccepisce l’invalidità dei pagamenti (in quanto effettuati in difetto di valido titolo, di cui chiede accertarsi la nullità, unitamente alla ripetizione degli addebiti illegittimi effettuati in seguito al predetto vizio), è l’istituto di credito convenuto che, nel sostenere la legittima applicazione degli addebiti di cui si duole controparte, eccepisce tanto la validità del titolo quanto la validità delle clausole pattuite, ed è quindi tenuto, ex art. 2697 c.c., a fornire prova dei fatti sui quali si fonda la predetta eccezione.

Ove infatti, ad esempio, in un rapporto di conto corrente parte attrice in ripetizione si dolga della mancata pattuizione del tasso di interessi ultralegali, non inserita in contratto, ragionando, secondo quanto sostiene la banca convenuta, si dovrebbe concludere che la domanda non potrebbe essere accolta “perché non è stata fornita prova del contenuto della clausola contrattuale” (prova evidentemente impossibile ove la stessa non sia mai stata pattuita); analogamente nell’ipotesi di nullità del contratto per difetto di forma scritta sul correntista ricadrebbe l’impossibilità di provare la illegittimità degli addebiti (perché non è stata da lui fornita prova del contratto), con la conseguenza che le azioni di ripetizione in tutti questi casi sarebbero inaccoglibili.

E’ al contrario la banca a dover dimostrare la validità del titolo e delle relative clausole.

Nella presente controversia il richiamato profilo si interseca con quello circa la prova della validità del contratto bancario: è noto infatti che l’obbligo di redazione in forma scritta dei contratti di conto corrente è stato introdotto dapprima con L. 154/1992 e quindi dal T.U.B. (d. 385/1993).

Nel presente caso, a fronte della domanda di accertamento della nullità del contratto intanto, la banca convenuta non ha né prodotto la relativa scheda negoziale né invero nemmeno allegato che il conto (del quale sono prodotti in atti estratti conto dal 1999) sia stato stipulato addirittura anteriormente alla entrata in vigore della suddetta normativa. Al contempo dalla documentazione in atti non risultano estratti conto anteriori al 1999 (o altra documentazione negoziale), sicché alcun indice di stipula del negozio nel periodo di vigenza del principio di libertà di forma può essere tratto.

Ne consegue la declaratoria di nullità del contratto di conto corrente dedotto in lite, per difetto di valida pattuizione per iscritto, con l’ulteriore corollario che il conto deve essere riliquidato in assenza d’ogni addebito e accredito d’ interessi; spese commissioni e qualsiasi forma di capitalizzazione degli stessi”.

Per il giudice di Mantova l’onere probatorio è contemplato da parte dell’attore solo in ragione della produzione di una perizia con i relativi estratti conto. La sentenza farà rumore.

Mazzano,7.09.2016                                                                           avv.Biagio Riccio

Scarica il Documento

Sentenza Tribunale di Salerno

By | Leggi e Sentenze, Sentenze | No Comments

decreto

 

 

 

 

 

 

 

 

Di seguito  il commento predisposto dal Avv. Biagio Riccio:

Nota a sentenza

La sentenza che si annota ha una sua peculiarità in quanto si riferisce ad una controversia nata prima dell’anno 2000; la banca non ha tenuto conto di questa fondamentale circostanza e comunque ha applicato retroattivamente la delibera C.ICR,riconoscendo che nella fattispecie andasse contemplato l’anatocismo,valevole solo per le vertenze successive al febbraio del 2000.
Ha scritto il giudice: “la Banca ha poi applicato la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi e quella annuale per gli interessi attivi; non è stato operato alcun successivo adeguamento dei rapporti alle previsione della delibera Cicr 9.2.2000 quanto alla capitalizzazione, che quindi deve ritenersi illegittima per l’intero sviluppo dei rapporti stessi”
E’ ben noto che “La delibera CICR 9 febbraio 2000, con cui si sono fissate le modalità ed i criteri per la produzione di interessi sugli interessi scaduti nelle operazioni bancarie e finanziarie e se ne è consentita la periodizzazione trimestrale. non ha efficacia retroattiva, nel senso che, per i contratti stipulati prima dell’entrata in vigore della delibera, l’adeguamento dei contratti medesimi da parte dell’istituto di credito alla nuova realtà normativa non vale a sanare automaticamente il vizio di nullità. Al riguardo si osserva che la disposizione transitoria dell’art. 7 della delibera CICR, con cui si prevede l’adeguamento alle nuove disposizioni delle condizioni applicate nei contratti precedenti, presuppone per la sua efficacia che sia adempiuto dalla banca o dall’intermediario finanziario quanto previsto dal comma 2 della stessa, secondo cui nel caso di modifica, comportante un peggioramento delle condizioni precedentemente applicate la modifica deve essere specificatamente approvata per iscritto dalla clientela. È evidente, infatti, che per i contratti stipulati precedentemente alla delibera, la nullità della clausola anatocistica determina, come sopra precisato, l’assenza di capitalizzazione degli interessi; il richiamo alle “condizioni precedentemente applicate”, ripostato nell’art. 7 della delibera non può essere riferito alla nullità dell’anatocismo trimestrale, risultante dalla normativa vigente precedentemente alla delibera stessa; ne consegue che la capitalizzazione trimestrale reciproca con l’adeguamento automatico operato dall’istituto di credito implica un peggioramento delle condizioni che, in mancanza di una specifica approvazione scritta del cliente, perpetra gli effetti della nullità. A conforto di detto orientamento si riscontra l’intervento della Corte Costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 25, comma 3, del D. Lgs. 4 agosto ’99 n. 342; dunque è venuta meno la possibilità per il CICR di sanare la nullità derivante dalla pattuizione anatocistica preesistente. In altri termini, la pronuncia della Corte Costituzionale ha fatto venir meno il presupposto legittimante l’art. 7 della Delibera CICR 9/2/00, finalizzato a disciplinare i rapporti precedenti per i quali si rende necessario che le nuove clausole di capitalizzazione siano oggetto di approvazione scritta dal cliente, risultando illegittimo l’adeguamento in via generale pubblicato sulla gazzetta Ufficiale e comunicato per iscritto alla clientela. Per effetto della menzionata pronuncia della Corte Costituzionale, le clausole anatocistiche restano disciplinate, secondo i principi che regolano la successione delle leggi nel tempo, dalla normativa anteriormente in vigore (v. sul punto anche Cass. S.U. n. 21095/2004; Cass. n. 4093/2005; Cass. n. 25016/2007)” (Tribunale di Messina, dott. Daniele Carlo Madia, sent. n° 618 del 21 marzo 2013; nel medesimo senso cfr. Tribunale di Piacenza, sentenza del 27/10/2014, n° 757).
Dunque, vale quanto disciplinato dalla Corte di legittimità a sezioni unite: “in tema di capitalizzazione trimestrale degli interessi sui saldi di conto corrente bancario passivi per il cliente, a seguito della sentenza della Corte cost. n. 425 del 2000, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione dell’art. 76 cost., l’art. 25 comma 3 d.lg. n. 342 del 1999, il quale aveva fatto salva la validità e l’efficacia – fino all’entrata in vigore della delibera Cicr di cui al comma 2 del medesimo art. 25 – delle clausole anatocistiche stipulate in precedenza, siffatte clausole, secondo i principi che regolano la successione delle leggi nel tempo, sono disciplinate dalla normativa anteriormente in vigore e, quindi, sono da considerare nulle in quanto stipulate in violazione dell’art. 1283 c.c.” (Cassazione civile, sez. un., 04/11/2004, n° 21095).
Nel caso in rassegna la banca non ha proceduto a nessuna regolarizzazione del rapporto di conto corrente anche con un contratto che regolasse le pattuizioni in ragione delle nuove regole sull’anatocismo.
In proposito ha statuito la giurisprudenza:” Nella vigenza del regime delineato dalla delibera con cui il comitato interministeriale per il credito e il risparmio ha stabilito modalità e criteri per la disciplina dell’anatocismo nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, il riconoscimento degli interessi anatocistici è subordinato, per i contratti bancari stipulati dopo il 21 aprile 2000, alla sussistenza di una specifica pattuizione tra le parti e, per quelli stipulati in epoca anteriore nei quali le pattuizioni sulla capitalizzazione degli interessi erano nulle, al raggiungimento di un nuovo accordo con il cliente, non essendo all’uopo sufficiente la comunicazione delle nuove condizioni effettuata mediante pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, dal momento che rispetto a una clausola nulla non può operare alcun meccanismo di variazione (Tribunale di Padova sentenza, 26-07-2012 Foro it. anno 2013, parte I, col. 1028).
Sulla base di questi assunti il giudice ha ritenuto parte attrice comunque creditrice della somma di euro 26.709,19, importo risultante da partite in compensazione tra le parti, come da dispositivo della sentenza.
Avv. Biagio Riccio

Scarica il Documento

conferme_validita_tesi sommatoria

Tribunale di Pesaro – Sentenza di accoglimento su sommatoria

By | Leggi e Sentenze, Sentenze | No Comments

Tribunale di Pesaro

Sentenza di accoglimento su sommatoria.

In allegato la  sentenza emessa dal Tribunale di Pesaro ed ottenuta dall’Avv. Letizia Cecconi (foro di Livorno). Si tratta di una sentenza molto importante avuto riguardo alla famosa tesi della c.d. “sommatoria”, che da un taglio interpretativo alla stessa.

In sentenza viene specificato dal magistrato come: “insegna la Suprema Corte ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p., e dell’art 1815 c.c., comma 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori (v. Cass. civ. 350/13)” e continua: “naturalmente nel calcolo finalizzato alla verifica del superamento del tasso soglia, il tasso degli interessi corrispettivi va sommato alla maggiorazione (c.d. “spread”) prevista per la determinazione del tasso moratorio e non al tasso moratorio stesso”.

Scarica il Documento

stop vessazione

Corte d’appello di Roma – 1815 II com. cc

By | Leggi e Sentenze, Sentenze | No Comments

Vi segnaliamo l’allegata sentenza della Corte d’Appello di Roma trovata dal collega Avv. Stefano Fassa su ilcaso.it

Trattasi della sentenza n. 4323 del 2016 (pubblicata il 07/07/2016) con cui i Giudici capitolini hanno confermato in maniera chiarissima che, ove gli interessi di mora previsti da contratto superino da soli il tasso soglia, si applica l’art. 1815, II comma del codice civile.

Scarica il Documento

rigetto_fallimento

Corte di Cassazione – Accolto Ricorso avverso Decreto di Archiviazione emesso dal GIP

By | Leggi e Sentenze, Sentenze | No Comments

Si trasmette il provvedimento con cui la Corte Suprema di Cassazione ha accolto il ricorso proposto avverso il decreto di archiviazione emesso dal GIP di Messina, all’esito dell’opposizione alla richiesta di archiviazione formulata dal P.M.
Con il ricorso si evidenziava alla Suprema Corte l’illegittimità del decreto di archiviazione emesso dal GIP in assenza della fissazione della udienza camerale deputata all’instaurazione del contraddittorio tra le parti, benchè fosse stato ben delineato con l’atto di opposizione l’oggetto della investigazione suppletiva consistente nella consulenza tecnica finalizzata ad accertare l’usurarietà del tasso.

Avv. Maria R. Majmone

Scarica il Documento