Tribunale di Bergamo – Sospesa Provvisoria Esecuzione di Decreto Ingiuntivo

Sospensione Provvisoria Esecuzione Decreto Ingiuntivo

Trattasi di un procedimento per opposizione a D.I. seguito dagli avv.ti Monica Mandico e Biagio Riccio, afferente ad un Leasing immobiliare, per il quale i predetti difensori già avevano attivato un separato e antecedente procedimento (ancora pendente) di accertamento negativo delle somme e nullità contrattuali. Tuttavia la banca, in modo subdolo, era riuscita ad ottenere un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, senza informare il Giudice della pendenza del giudizio di merito sulla medesima domanda.
La questione risulta di particolare interesse stante l’ingiunzione al pagamento dei canoni per l’importo di €. 135.000,00 e alla consegna del bene, per risoluzione del contratto di leasing.
L’atto difensivo è stato redatto tenendo conto di alcuni argomenti messi in evidenza, così come di seguito indicati:
1) Figura peculiare del leasing traslativo: contratto di vendita con riserva di proprietà. Necessità di restituire all’utilizzatore i canoni scaduti, detratto l’equo compenso.
Come testé premesso, l’ambito di riferimento normativo applicabile alla relazione fra le parti è quello della locazione finanziaria. Il contratto di cui si discute e da cui trae origine il presunto credito è, per l’appunto, una locazione finanziaria di natura traslativa (c.d. leasing traslativo), ove è previsto, in via generale, che il bene, in relazione alla sua natura, all’uso programmato ed alla durata del rapporto, si caratterizzi per la presenza, alla scadenza contrattuale, di un valore residuo particolarmente rilevante per l’utilizzatore, tanto che l’eventualità di un suo trasferimento definitivo rappresenta l’evoluzione tipica di tale relazione. Invero, nella fattispecie, al fine di ulteriormente fondare quanto testé asserito, e visto che la società, comunque ha versato canoni per € 839.369,84, si fa presente che il quantum corrisposto non debba semanticamente considerarsi come corrispettivo per l’utilizzazione del bene, ma come una corresponsione anticipata di parte del prezzo per il suo acquisto alla prevista scadenza del contratto (in tal senso, cfr. ex multis, Cass. civ., n° 6188/2004).
Come noto: “Nell’ambito del leasing finanziario sono individuabili due tipi di leasing: il primo (leasing di godimento), pattuito con funzione di finanziamento, rispetto a beni non idonei a conservare un apprezzabile valore residuale alla scadenza del rapporto e dietro canoni che configurano esclusivamente il corrispettivo dell’uso dei beni stessi; il secondo (leasing traslativo), pattuito con riferimento a beni atti a conservare alla scadenza un valore residuo superiore all’importo convenuto per l’opzione e dietro canoni che scontano una quota del prezzo in previsione del successivo acquisto” (Cass. civ., n° 18229/2003).Se vale tale premessa, il naturale corollario è l’applicazione analogica, ad un contratto “innominato”, della disciplina positiva di cui all’art. 1526 c.c., in materia di “vendita con riserva di proprietà”.“Ai contratti non espressamente disciplinati dal codice civile (contratti atipici o innominati) possono legittimamente applicarsi, oltre alle norme generali in materia di contratti, anche le norme regolatrici dei contratti nominati, quante volte il concreto atteggiarsi del rapporto, quale risultante dagli interessi coinvolti, faccia emergere situazioni analoghe a quelle disciplinate dalla seconda serie di norme. (Il principio è stato affermato dalla Suprema corte con riferimento a una vicenda di leasing cosiddetto traslativo cui è stata ritenuta applicabile la norma che disciplina la risoluzione del contratto di vendita con riserva di proprietà ex articolo 1526 del c.c.)” (Cass. civ. Sez. III, n° 18229/2003, cit.). (Cass., SSUU, 24/08/1993, n° 8919).
L’individuazione della norma di riferimento, dunque, assume valore pregnante proprio per quanto concerne gli aspetti della risoluzione contrattuale. Infatti, il citato art. 1526 c.c. stabilisce che: “se la risoluzione del contratto ha luogo per l’inadempimento del compratore, il venditore deve restituire le rate riscosse, salvo il diritto all’equo compenso per l’uso della cosa”.
Se è vero questo, nella fattispecie, prima di stabilire l’eventuale diritto della compagine concedente ad ottenere il rilascio del bene, oltre al pagamento dei canoni residui, si tratta di acclarare il preliminare diritto della opponente ad ottenere la restituzione dei canoni già riscossi, attesa la natura traslativa del leasing de quo.
Il ricorso è da confutare proprio nella parte in cui nulla dice circa la sorte dei canoni già corrisposti.
Controparte, infatti, artatamente, dimentica che la comparente ha comunque onorato il pagamento di gran parte di essi. Come noto, la giurisprudenza di legittimità e la migliore dottrina, al cospetto di un contratto di leasing di natura traslativa, pongono l’accento sulla necessità di inglobare tale istituto nella figura del contratto di vendita con riserva di proprietà.
Si applica, pertanto, al caso scrutinato, l’art. 1523 c.c. a tenor del quale “il compratore acquista la proprietà della cosa con il pagamento della ultima rata di prezzo”. In caso di risoluzione contrattuale, tuttavia, per inadempimento del compratore, ex art. 1526 c.c., il venditore deve restituire le rate riscosse, salvo il diritto all’equo compenso per l’uso della cosa oltre al risarcimento del danno”, se provato. (Cfr. Cass. Civ., n° 73/2010).Va de plano, pertanto, che deve ritenersi nulla la clausola contrattuale in ragione della quale la concedente possa richiedere oltre la restituzione del bene, anche il pagamento dei canoni residui.
2) Infondatezza del diritto della concedente a conseguire il pagamento dei canoni residui. Riconoscimento del diritto della opponente ad ottenere la loro restituzione, detratto l’equo compenso. Fondamento della riconvenzionale. Ad oggi, pertanto, nella relazione dare-avere, residua, tra gli altri, un fondamentale elemento di incertezza, ex adverso non quantificato: l’indennità di cui al secondo comma dell’art. 1526 c.c., la quale, in ogni caso, non potrebbe essere superiore al valore che si otterrebbe sommando i canoni residui.
In tal senso, di illuminante chiarezza, soprattutto nella sua parte motiva, è la sentenza n° 4969/2007.
Si tratta di una pronuncia il cui incipit si individua in una azione proposta da una società concedente, relativa proprio ad un contratto di locazione finanziaria. La parte convenuta (utilizzatrice), ritualmente costituitasi, aveva chiesto la riduzione della penale contrattualmente prevista (corrispondente al pagamento dei canoni da scadere) e, in via riconvenzionale, la condanna della s.p.a. concedente alla restituzione della somma determinata ai sensi dell’art. 1526 c.c., relativa ai canoni in precedenza corrisposti. Il giudice competente ha condannato la concedente a corrispondere all’impresa utilizzatrice un’ingente somma di denaro, pari alla differenza tra i canoni percepiti e quanto ad essa spettante a titolo di equo compenso. A seguito dei tre gradi di giudizio, la Suprema Corte ha confermato tutto quanto stabilito dai giudici di merito: “Il giudice, nell’esercizio del potere di riduzione del suo ammontare, deve tenere conto del guadagno che il concedente si attendeva dal contratto, se l’utilizzatore avesse adempiuto alla propria obbligazione di pagamento dei canoni. In concreto, l’ammontare dell’equo compenso potrà legittimamente superare, nella sua concreta determinazione, il solo corrispettivo del temporaneo godimento del bene predetto, mentre, recuperato, da parte del concedente, il capitale monetario impegnato nell’operazione in vista del corrispondente guadagno mediante il detto compenso e il residuo valore del bene, il risarcimento del danno [rectius, corresponsione dei canoni da scadere, indicizzazione e capitale residuo indicizzato e/o clausola penale] non si presta ad essere commisurato all’intera differenza necessaria per raggiungere il guadagno atteso. Ciò perché, con l’anticipato recupero del bene e del suo valore, il concedente è di norma in grado di procurarsi, attraverso il reimpiego di quel valore, un proporzionale utile, che deve conseguentemente essere calcolato in detrazione rispetto alla somma che l’utilizzatore stesso avrebbe ancora dovuto corrispondere se il rapporto fosse proseguito.Quanto al primo profilo, ha applicato la disposizione dell’art. 1526 c.c. la cui legittima applicazione al contratto di leasing «si fonda essenzialmente sull’argomento che il regolamento degli interessi sotteso all’art. 1526 c.c., anche se previsto per un contratto tipico, costituisce espressione di un principio generale dell’ordinamento, volto ad evitare l’ingiustificato arricchimento di quella parte che ha predisposto il regolamento convenzionale».E, per incidens, la corte formula un giudizio di congruità in ordine ai diversi interessi perseguiti dalle parti con il contratto […].Pertanto la valutazione del giudice va condotta sul piano dell’equilibrio delle prestazioni, con riferimento al margine di guadagno che il concedente si riprometteva di trarre dalla esecuzione del contratto” (Cass. Civ., 24/03/2001, n° 4208).
Evidentemente questa difesa, sulla scorta di tali asserzioni, chiede che l’Onorevole Giudice, in via riconvenzionale, determinato l’equo compenso da riconoscere alla concedente, condanni la controparte alla corresponsione del valore derivante dalla differenza fra i canoni dalla medesima già riscossi e da restituire all’opponente, pari ad €839.369,84, e l’equo compenso.
Codesta richiesta è vieppiù avvalorata dal fatto che il Giudice deve tener conto che la concedente può vendere il bene e, dunque, lucrare un’ulteriore differenza. La stessa attività di allocazione del medesimo sul mercato deve concretarsi, perciò, sotto un puntuale e costante controllo giudiziale.
Alla luce delle considerazioni esposte, pertanto, previa restituzione dei canoni già riscossi dalla concedente, si ritiene necessario (ed all’uopo si formula rituale istanza) nominare un Consulente Tecnico d’Ufficio, il quale valuti il bene al suo effettivo ed attuale valore, riallocandolo sul mercato secondo modalità e criteri di vendita assolutamente trasparenti, nell’interesse di entrambe le parti. Il tutto, come ovvio, sotto la supervisione dell’onorevole Giudice.
3) Iniquità e imposizione di tassi usurari al contratto di leasing
Nell’analizzare l’operazione finanziaria di leasing immobiliare, intrattenuta con la banca convenuta, si evincono i seguenti dati:
Negli articoli 8, 15 e 16 del contratto veniva statuito che in caso di risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore, questi dovrà consegnare l’immobile libero da persone e cose, e dovrà versare al concedente ogni somma collegata al rapporto, per corrispettivo, interessi, spese, nonché il pagamento in un’unica soluzione di tutte le somme maturate per canoni periodici, oltre interessi legali, interessi di mora. Inoltre, la pattuizione, stabilisce che il concedente avrà diritto di richiedere, a titolo di penale, salvo maggior danno, il pagamento di una somma pari all’importo dei corrispettivi, non ancora maturati dalla data di risoluzione fino alla scadenza originaria del contratto di locazione finanziaria attualizzati al tasso in vigore al momento della stipula del costo diminuito di un punto percentuale.
Sulla scorta di alcune soltanto delle voci di costo sottoscritte dalla Società Utilizzatrice, odierna parte istante, è emerso che sono state convenute condizioni contrattuali usurarie sotto diversi profili, così come riportato nell’elenco che segue, che è stato redatto tenendo conto di quanto indicato nel Decreto MEF del 24.09.2009 pubblicato in G.U. – Applicazione dal 1°ottobre fino al 31 dicembre del 2009 – ( Allegato in atti), che riporta i seguenti dati:
Categoria di operazione : Leasing; Classe di importo: oltre 50.000;Tasso medio su base annua: 5,53%- Tasso soglia ( ai fini della determinazione degli interessi usurari ai sensi dell’art.2 della Legge n. 108/96 i tassi rilevati devono essere aumentati della metà): 8,295%.
Orbene, nell’analizzare il rapporto oggetto del presente giudizio, devono considerarsi le voci di costo in aggiunta al tasso di leasing dichiarato. Per l’effetto, dai valori contenuti in contratto, esso risulta esoso ed iniquo, rispetto alla meritevolezza del credito, ma soprattutto, nel caso di specie si realizza il superamento del tasso soglia di riferimento, come da D.M. sopra riportato. In merito agli oneri pattuiti , si precisa che le spese dell’atto notarile di acquisto del bene da parte della società ——spa, che per contratto erano a carico della societa’ Utilizzatrice , sono state da questa pagate in aggiunta al corrispettivo del leasing, oltre alla spese notarili sostenute da parte attrice per l’acquisto del bene a seguito dell’estinzione anticipata.
A quanto segnalato è stato annesso il costo del riscatto, pari ad € 200.000,00 = 10% , che si aggiunge al totale della locazione e che non può essere escluso dal calcolo, non potendo dubitarsi del suo carattere remunerativo, nell’accezione dell’art. 644 cpc. Che parla di “ remunerazioni a qualsiasi titolo”.Non può, dunque, essere evocato come controverso, il fatto che il riscatto vada a sommarsi alla quota del corrispettivo, che è compresa in ciascuno dei canoni di leasing che l’utilizzatore ha pagato per conseguire la proprietà del bene, posto che la causa in concreto del leasing immobiliare traslativo, a differenza del leasing di godimento, è rappresentata dall’acquisto del bene da parte dell’utilizzatore alla scadenza del contratto. Inoltre, va da sé che in base a tali pattuizioni il tasso corrispettivo pagato dall’attrice è stato superiore a quello indicato nel contratto pari a —-%. A parte dovrà essere considerato il tasso di mora, per il quale è stato convenuto in aggiunta il ——% per ciascun insoluto, come previsto dalle condizioni particolari del contratto. In base a tali pattuizioni il tasso di mora, considerato i vari addendi, così come stabilito nel contratto e come emerge dalla lettera del ricorso per D.I. opposto, è superiore al tasso quale soglia usuraria del periodo.
Alla luce delle suddette contestazioni e sussistendo il fumus boni iuris e il periculum in mora il Giudice adito ha sospeso l’esecuzione provvisoria del decreto ingiuntivo.

Avv. Monica Mandico

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