Tribunale di Latina – Sospenzione Procedura Esecutiva Immobiliare ex art. 20 L. n. 44/99

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E’ con grande piacere che si pubblica il provvedimento ottenuto dal Prof. Avv. Piero Lorusso presso la Procura della Repubblica di Latina, con cui è stata disposta la sospensione della procedura esecutiva immobiliare ai sensi dell’art. 20 L. n. 44/99 a vantaggio di clienti SDL chiamati nel procedimento penale attivato per usura bancaria.
Orbene, è noto che ai sensi dell’art. 20 della Legge 44/1999 recante “Disposizioni concernenti il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura” a favore dei soggetti che hanno richiesto o ottenuto l’accesso al Fondo di Solidarietà, sono prorogate le scadenze relative ai mutui e prorogati i termini relativi alle procedure esecutive.
Ai sensi dell’art. 623 c.p.c. si tratta di sospensione prevista dalla legge da chiedersi al Giudice dell’Esecuzione (Cass. civ. 3 sezione 24.01.2007 n. 1496).
A seguito dell’entrata in vigore della L.27.01.2012 n.3 (entrata in vigore il 29.03.2012) recante “Disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovraindebitamento” che all’art. 2 così dispone: “ d) all’art.20:
• il comma 7 è sostituito dal seguente: “7. Le sospensioni dei termini si cui ai commi 1,3 e 4 e la proroga di cui al comma 2 hanno effetto a seguito del provvedimento favorevole del Procuratore della Repubblica competente per le indagini in ordine ai delitti che hanno causato l’evento lesivo di cui all’art.3, comma 1. In presenza di più procedimenti penali che riguardano la medesima parte offesa, anche ai fini delle sospensioni e della proroga anzidette, è competente il procuratore della Repubblica del procedimento iniziato anteriormente.
• dopo il comma 7 sono aggiunti i seguenti: “7-bis. Il prefetto, ricevuta la richiesta di elargizione di cui agli articoli 3, 5, 6 e 8, compila l’elenco delle procedure esecutive in corso a carico del richiedente e informa senza ritardo il procuratore della Repubblica competente che trasmette il provvedimento al giudice, o ai giudici, dell’esecuzione entro sette giorni dalla comunicazione del prefetto.
• 7-ter. Nelle procedure esecutive riguardanti debiti nei confronti dell’erario, ovvero di enti previdenziali o assistenziali, non sono poste a carico dell’esecutato le sanzioni dalla data di inizio dell’evento lesivo, come definito dall’articolo 3, comma 1, fino al termine di scadenza delle sospensioni e della proroga di cui ai commi da 1 a 4 del presente articolo.” rilevava che nella specie difettano i presupposti normativi.

Ritenendo che nell’eventualità in cui fosse dato tale parere favorevole, il G.E. deve limitarsi a prenderne atto con conseguente sospensione ex lege dei termini della procedura in quanto la norma, nell’attuale formulazione, introducendo ancora una volta l’aggettivo “favorevole”, statuisce che il potere di sospensione in tal modo è attribuito non più al prefetto ma al Procuratore della Repubblica, esautorando di fatto la decisione del g.e.
La novella di cui alla legge 27 gennaio 2012 n. 3 in questione, al di là di meri ritocchi terminologici al precedente testo del comma 7 nel giusto obiettivo di condurre a coerenza i riferimenti agli istituti della “sospensione” (commi 1, 3 e 4 dell’art. 20) e della “proroga degli adempimenti fiscali” (comma 2 dell’art. 20), introduce alcune novità di sostanza destinate ad incidere sull’itinerario decisorio orientato alla sospensione dei termini; in particolare, per ciò che rileva in questa sede, di quelli relativi “…ad ogni altro atto avente efficacia esecutiva”, primi fra tutti i termini concernenti le procedure di esecuzione mobiliare/immobiliare pendenti presso il giudice dell’esecuzione, come contemplato al comma 4 che appunto alla dilazione del comma 1 fa espresso rinvio.
Prima della riforma, l’effettività della sospensione era collegata alla espressione di un “parere favorevole del prefetto competente per territorio, sentito il Presidente del Tribunale”, fermo restando che a disporre la moratoria era comunque il giudice dell’esecuzione con effetti dal momento della presentazione dell’istanza innanzi a sé e non dalla presentazione della richiesta in sede amministrativa (cfr. Cass, 24 gennaio 2007 n. 1496).
L’articolato normativo, così come formulato, prevedeva invero un intimo nesso funzionale tra le cognizioni proprie del prefetto – destinatario dell’istanza di accesso al fondo di solidarietà – e le valutazioni del giudice dell’esecuzione, così che la delibazione giudiziale potesse opportunamente fondarsi su una stima del fumus di accoglimento dell’istanza concernente le provvidenze economiche, in funzione delle quali, appunto, opera con portata cautelare l’istituto della sospensione.
Sulla capacità di influenza del parere prefettizio sulla regiudicanda – normativamente espresso dal termine “favorevole” – è intervenuta la Corte Costituzionale che, valutando l’inammissibilità di una così intensa incursione potestativa del prefetto sul provvedimento decisorio del G.E., ha espunto per illegittimità costituzionale l’aggettivo anzidetto dalla disposizione del comma 7, restituendo in tal guisa all’A.G. dell’esecuzione un più ampio spettro discrezionale sul quale fondare la decisione (cfr. Corte Cost. sent. n. 457/2005).
L’obliterazione, adesso, dell’intervento consultivo del prefetto e la sua sostituzione con un atto del procuratore della Repubblica, normativamente qualificato non più come “parere” bensì come “provvedimento” e a seguito del quale “hanno effetto” le sospensioni di legge, inevitabilmente pone problemi esegetici che, a fronte dell’istanza di cui in premessa, vanno risolti come segue.
Ora, se si scorrono i lavori preparatori alla legge n. 3/12 si comprende che la traslazione del termine “parere” in quello di “provvedimento” – esitata al passaggio del ddl da un ramo all’altro del Parlamento – risente dell’esigenza di ricondurre il risultato decisorio ad una valutazione esclusiva e non più interlocutoria in ordine alla concedibilità della sospensione, attribuendo siffatta valutazione al pubblico ministero dell’indagine.
Ne è testuale riprova la coerente riproduzione del termine “provvedimento” nell’esordiente comma 7-bis dell’art. 20 cit. laddove è oggi previsto che, previa tempestiva informazione ricevuta dal prefetto circa l’elenco delle procedure esecutive in corso a carico del richiedente, il procuratore della Repubblica “trasmette il provvedimento al giudice, o ai giudici, dell’esecuzione entro sette giorni dalla comunicazione del prefetto”; adempimento, invero, di mera trasmissione, privo (anche terminologicamente) di alcuna appendice delibativa da parte del G.E. e che pertanto svela l’intento del legislatore della riforma di ascrivere alla stima dell’A.G. titolare delle indagini l’effetto sospensivo, da attuarsi inoltre nel più celere intervallo di tempo attraverso quella tempestiva trasmissione.
Ancor più chiara è la ratio della riforma così intesa se si considera poi che la stessa novella, nell’intento di una reconductio ad unum dell’organo giudiziario inquirente chiamato a pronunciarsi – proposito che discende dall’inaugurazione della regola, presente nel nuovo comma 7, di individuazione della “competenza” in caso di plurime procure interessate alle indagini – pretende che la potestà decisoria spetti in forza di una conoscenza diretta dello sviluppo delle indagini interessate dalle denunzie degli istanti e che conseguentemente il beneficio della moratoria abbia parimenti unica e generale soluzione. Diversamente opinando, ben (è accaduto e ancora) potrebbe accadere che per un medesimo fatto estorsivo e/o usurario, ove l’intendimento del PM indagante non dovesse intendersi definitivo e vincolante, si rischierebbe l’effetto che diversi giudici dell’esecuzione, quando geograficamente diverse dovessero essere le procedure espropriative in corso, emettano contraddittori provvedimenti di accoglimento e/o di rigetto della sospensione; rischio assai concreto e fortemente avversato dal legislatore della riforma in quanto generatore di un inammissibile vulnus agli interessi delle vittime di usura/estorsione considerati di preminente interesse pubblico.
Né deve sorprendere che la novella abbia inteso radicare il potere di sospensione in capo ad un organo giudiziario accomunabile ad una parte ancorchè pubblica, (ri)collegando peraltro alla positiva sua valutazione (“provvedimento favorevole”) l’effetto sospensivo: se ben si riflette, invero, l’atto è privo di effettiva portata decisoria sulle procedure esecutive, valendo soltanto a congelare per l’intervallo temporale di legge il decorso dei termini; esso innesca un mero espediente tutorio sulla posizione dell’esecutato vittima di reati estorsivi, immunizzandolo a tempo dall’odioso carico nascente da quella condizione ed in vista di possibili sovvenzioni pubbliche idonee a consentirgli il rientro.
Conforta ancor di più l’assunto la considerazione che identica decisione compete al PM anche in assenza di procedure esecutive – e dunque non al cospetto di un giudice dell’esecuzione – allorquando la sua valutazione va ad incidere sulla proroga dei termini di scadenza degli adempimenti fiscali (art. 20, comma 2, cit.); una dilazione – si noti – estesa addirittura ad un triennio e tale da comprimere interessi pubblici erariali.
E giova inoltre osservare su un parallelo piano dimostrativo che il Procuratore della Repubblica, all’interno delle stesse indagini preliminari, mediante suoi specifici atti, esercita un analogo potere sospensivo/interruttivo della prescrizione (artt. 159, 160 c.p.), incidendo in tal guisa su interessi generali dell’ordinamento, ma anche su quelli particolari dell’indagato.
Le considerazioni che precedono costituiscono poi spunto per un ulteriore corollario interpretativo, rilevante in questa sede: lo storno normativo all’A.G. inquirente del potere di influire sulla sospensione dei termini e, per l’effetto, la sottrazione di esso alla sia pur interlocutoria stima del prefetto comporta una sostanziale risagomatura dell’istituto, non tanto in considerazione delle conseguenze dell’atto, che è e resta collegato all’esito sospensivo previsto dalla legge, quanto piuttosto del diverso ambito conoscitivo – e dunque dei distinti interessi da ponderare – sul quale fondare la delibazione sulla sospensione.
A ben vedere, infatti, la scelta del PM oggi si fonda sul contesto criminale e sugli atti delle indagini preliminari, finendo così per fratturare quel nesso funzionale tra sospensione e prospettive di accoglimento dell’istanza di elargizione insito nell’allora parere del prefetto e a mente del quale appariva giustificata la natura cautelare della sospensione. In altri termini, anche sotto il profilo contenutistico, è palese come adesso gli interessi valutabili ai fini della sospensione siano limitati – ancor meglio, migrati – alla condizione di vittima dell’istante e alla plausibilità delle eventuali dichiarazioni collaborative da costui rese agli inquirenti.
Se questa è la volontà dei novellatori, deve allora giocoforza concludersi per una nuova fisionomia dell’istituto, pur sempre destinato a dare provvisorio ristoro alle vittime odiosamente perseguite sul piano espropriativo dai loro estorsori/usurai, ma tendenzialmente sganciato dalle sorti dell’istanza di accesso ai benefici economici e calibrato invece, ad opera del PM, sull’esclusivo perimetro giudiziario proprio delle indagini e del processo.
Onde evitare, però, che tale tendenziale obliterazione si traduca in concreto in un’incongrua autonomia di interventi, una volta giunto a regime il nuovo sistema occorrerà compensare il deficit di conoscenza del procuratore della Repubblica attraverso un possibile protocollo d’intesa con la competente prefettura (come peraltro espressamente caldeggiato dalla Circolare Min. Giust. – Dip.nto AA. GG. Prot. n. 032.016.003-7 del 21 giugno 2007 “nota in materia di collaborazione tra autorità giudiziarie e prefetture in materia di estorsione ed usura”), non ritenendosi sufficiente la mera informazione sull’elenco delle procedure esecutive che il comma 7-bis di nuovo conio rimette al prefetto (sul punto non si comprende perché la legge limiti la comunicazione soltanto a quelle, posto che la sospensione incide su un più vasto novero di termini).
Orbene, nel silenzio della legge, soluzione acconcia sembra essere quella che suggerisca al giudice dell’esecuzione di recepire il decisum del PM – favorevole o sfavorevole che sia – con un proprio provvedimento di presa d’atto e previa effettuazione di un vaglio limitato al controllo eziologico tra esecuzione e editto d’accusa; una verifica, cioè, di corrispondenza normativa in ossequio alla ratio della legge n. 44/99, incentrata sull’esistenza del rapporto tra la fattispecie di reato e il credito azionato in sede esecutiva.
Tanto basterà a scongiurare incontrollate sospensioni illegittime e a riconoscere agli interessati – creditori, terzi ed esecutato – la possibilità di insorgere, se non avverso il provvedimento del PM, contro quello del giudice dell’esecuzione con gli ordinari rimedi oppositivi.

Prof. Avv. Piero Lorusso

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