Tribunale di Milano – Banca condannata ad oltre € 100.000: Rivoluzionaria Sentenza in tema di Onere Probatorio

vittoria

La sentenza in epigrafe, conseguita con il ministero della difesa dell’avv. prof. Serafino Di Loreto, merita di essere segnalata per precipue considerazioni del seguente tenore:
1. E’ stata resa dal Tribunale di Milano VI sez. civile;
2. La condanna per la banca è ragguardevole in quanto pari ad € 116.343,80 oltre interessi dal 2012;
3. Il giudice estensore non si è uniformato all’indirizzo della sezione del tribunale meneghino, secondo cui chi agisce in giudizio (nella specie il correntista) deve ai sensi dell’art.2697 c.c produrre sempre il contratto di conto corrente. E’ ben noto infatti per il Tribunale lombardo che: “in difetto di produzione del contratto di conto corrente, necessariamente debbano essere rigettate le eccezioni attinenti alla validità o meno delle pattuizioni ivi contenute (si veda la clausola in materia di interessi anatocistici, piuttosto che la clausola riguardante le commissioni di massimo scoperto), considerato come, una volta riconosciuto il perfezionamento del contratto, come appunto nel caso di specie, sia onere dell’attore produrre lo stesso al fine di dimostrare il tenore delle clausole di cui viene contestata la validità, piuttosto che l’assenza di pattuizioni di cui è stata eccepita l’applicazione. In mancanza del contratto non è neppure possibile verificare se e quali addebiti siano stati effettuati con le causali contestate. Per le ragioni tutte esposte pertanto le domande attoree vanno respinte, con assorbimento delle ulteriori difese esposte dalla convenuta” (sentenza n° 2204/2015, pronunciata e pubblicata in data 18/02/2015 dal Giudice Monocratico dott. Ferrari della VI sezione Civile del Tribunale di Milano, per il giudizio iscritto al ruolo generale n° 84019/2012);
4. Relativamente all’onere della prova nelle azioni di accertamento negativo, una parte della giurisprudenza, contraria a quella riportata, sostiene la tesi secondo cui lo stesso gravi sempre e comunque sul creditore, a prescindere se quest’ultimo sia o meno attore del giudizio sottostante. Un’illuminante sentenza (Cass. n° 1391/1985), esplicita che i principi generali sull’onere della prova trovano applicazione indipendentemente dalla circostanza che la causa sia stata instaurata dal debitore, con azione di accertamento negativo, con la conseguenza che, anche in tale situazione, la prova deve gravare sempre sul titolare del diritto di cui si chiede l’accertamento, dunque, nel nostro caso, la convenuta Banca. L’attore, in accertamento negativo, deve solo provare: l’ingiustificato addebito, l’illegittimità dell’agire della banca, il suo comportamento contra legem;
5. Perciò, il suo carico probatorio consiste nella necessità che al Giudice sia rappresentata la circostanza che il convenuto istituto di credito abbia agito in dispregio della legge, nel nostro caso l’art. 644 c.p. e l’art. 1283 c.c., oltre la normativa del TUB;
6. È di converso la banca che ritiene che tali importi (indicati come addebiti illegittimi dall’attore) siano dovuti, che l’usura non sussista, che non si verta in materia di capitalizzazione anatocistica, che il TEG non sia superiore al tasso soglia, che le competenze e gli interessi siano stati computati secondo legge, dovrà esibire i dovuti documenti giustificativi: il contratto e gli estratti conto. “In tema di onere della prova, trovano applicazione i principi generali di cui all’art. 2697 c.c. anche nell’ipotesi in cui la causa sia stata instaurata dal debitore con azione di accertamento negativo. Pertanto, anche in tale situazione sono a carico del creditore le conseguenze della mancata dimostrazione degli elementi costitutivi della pretesa” (Cass. civ., 17/07/2008 n° 19762; nel medesimo senso cfr. App. L’Aquila n° 615 del 09/09/2010; Cass. civ., n° 28516/2008).”Poiché, come ribadito dalle Sezioni Unite n. 13533 del 2001, negativa non sunt probanda – la prova che non esista un credito della banca o che lo stesso non abbia una determinata consistenza quantitativa non può essere posta carico dell’attore; per contro, esponendosi lo stesso all’onere di una prova diabolica” (Tribunale di Brindisi 9.08.2012);
7. L’interesse ad agire in giudizio per l’attore, nel caso in rassegna, è solo quello di accertare l’illegittimità dell’addebito: a tal fine per il Tribunale meneghino non è indispensabile il contratto. E’ stato infatti applicata la legge (ex art.117 TUB), in sua mancanza;
8. Altra peculiarità della sentenza consiste nel fatto che anche in ragione dell’applicazione della formula della banca di Italia l’istituto di credito risulta debitore;
9. Infine il giudice ha condannato la banca al ristoro delle somme derivanti da un ingiustificato anatocismo, in violazione della delibera CICR del 2000 per il periodo successivo all’1.07.2000, non avendo l’istituto di credito né allegato, né documentato di essersene adeguato. Lo stesso Tribunale di Milano in proposito ha statuito che: “In applicazione del D. Lgs. n. 342 del 1999 e della delibera CICR (Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio) del 9 febbraio 2000 è possibile per talune operazioni, tra cui i conti correnti, che la Banca applichi l’anatocismo purchè il conteggio rispetti il principio di reciprocità e la Banca provveda alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della notizia del proprio adeguamento alla delibera citata nonché ne comunichi per iscritto i termini al cliente. La mancata produzione in giudizio di idoneo supporto probatorio in ordine all’adempimento di siffatti oneri determina la nullità della clausola contrattuale di capitalizzazione degli interessi (Trib. Milano Sez. VI, 11-10-2010).

Avv. Biagio Riccio

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