Tribunale di Milano – Decreto di Rigetto dell’Istanza di Fallimento

Il Tribunale di Milano Seconda Sezione Civile, con decreto del 14.05.2015 e depositato in data 19.05.2015, ha respinto il ricorso di fallimento proposto da una Banca a scapito di una propria cliente (nella fattispecie una società a responsabilità limitata).
Il provvedimento in questione è degno di menzione sull’assunto che definisce argomenti fortemente dibattuti nell’attuale giurisprudenza.
Difatti, si precisano principi generali del diritto in aggiunta ad odierni elementi fonte di dispute giudiziarie attinenti al diritto bancario e fallimentare.
Si significa, in primis, che il collegio ambrosiano ha rigettato il ricorso sulla circostanza che il presunto credito avanzato dall’ente creditizio “non può ritenersi adeguatamente provato nel quantum”.
Difatti, lo stesso risultava preteso col deposito di meri estratti conto e per di più non certificati e quindi neppure idonei per l’emissione di un decreto ingiuntivo.
A ciò si aggiunga che le somme poste a base del fallimento risultano debitamente contestate in un autonomo giudizio ordinario pendente presso il medesimo foro giudiziario.
Particolarmente, questa difesa evidenziava, nel prefato giudizio ordinario, di essere vittima di usura ed anatocismo a causa dell’applicazione di interessi contra legem indebitamente richiesti dal medesimo istituto e che le somme poste a base del ricorso fallimentare, pari ad €900.000,00 risultano appunto essere debitamente contestate.
Invero, attraverso una perizia tecnico contabile della SDL Centrostudi S.p.A., a firma del dott. Alessandro Cotturri, risulta un debito per soli €322.000,00; cifra ben al di sotto di quella richiesta dall’istituto bancario.
Una simile condizione è considerevole se si valuta che la somma effettivamente dovuta veniva offerta a mezzo assegno circolare alla Banca, che, tuttavia, rifiutava.
Orbene, il collegio statuisce che per la pronuncia di un fallimento societario il credito deve essere adeguatamente provato.
In altri termini, non si può ritenere un credito fondato con meri estratti conto non certificati.
All’attento lettore non può sfuggire quanto sia sottile una simile osservazione: l’onere della prova deve essere rispettato anche dai poteri forti quali, appunto, le banche.
La Giustizia non può (né deve) fare sconti: l’onere della prova è uguale per ogni cittadino. La legge è uguale per tutti è scritto in ogni aula di Tribunale.
Ne consegue che anche l’ente bancario, proprio come qualsiasi cittadino, debba provare specificamente il proprio credito.
Ciononostante, numerose (anzi troppe) volte, assistiamo allo scenario di una richiesta di decreto ingiuntivo sulla base dei soli estratti conto non certificati, oppure certificati ex art. 50 del Testo Unico Bancario, a mente del quale “la Banca d’Italia e le banche possono chiedere il decreto d’ingiunzione previsto dall’articolo 633 del codice di procedura civile anche in base all’estratto conto, certificato conforme alle scritture contabili da uno dei dirigenti della banca interessata, il quale deve altresì dichiarare che il credito è vero e liquido”.
In altri termini, un dirigente (che, ahimè, spesso è licenziato da un mero sportellista che impropriamente utilizza la sua firma digitale!) può autenticare, in spregio al principio di uguaglianza costituzionalmente garantito, gli estratti conto e per tal motivo non deposita l’intera necessaria documentazione.
Ritornando al caso di specie, il Tribunale di Milano ritiene che la Banca de qua non prova alcunché confermando che gli estratti conto non certificati non possono essere ritenuti elementi probatori.
A ciò si aggiunga che il presunto credito vantato dall’ente bancario risulta contestato nel suo ammontare per l’applicazione di interessi usurari ed anatocistici.
Il collegio meneghino considera la contestazione fondata, atteso che riteneva valida anche l’offerta banco judicis delle (sole) restanti somme non contestate.
Una simile circostanza risulta essere fondamentale per un ulteriore aspetto che, ad onor del vero, è un incubo per qualsiasi imprenditore: la segnalazione alla Centrale dei Rischi.
La contestazione effettuata dalla cliente col giudizio ordinario ha i caratteri della non manifesta infondatezza e, pertanto, la stessa risulta essere alla base del rifiuto della cliente di adempiere alla obbligazione pecuniaria di pagamento.
Ne discende, conseguenzialmente, che il consumatore non potrà nemmeno essere iscritto presso la Centrale dei Rischi della Banca d’Italia con la dicitura del suo credito come contestato -cd. “credito litigioso”, con gli effetti nefasti che ne derivano.
Da ciò ne deriva ulteriormente che, ai fini della procedura concorsuale de qua, la società-cliente non può essere ritenuta insolvente e quindi non sussistono le condizioni per l’apertura del fallimento.
Ancora una volta, il cittadino, costretto a difendersi giudizialmente dalle aggressioni bancarie, risulta essere l’unica vittima di un sistema che non tiene e che fa acqua da tutte le parti…

Avv. Biagio Narciso

Per lo Studio legale Avv. Biagio Riccio

Si allega: Decreto Trib. di Milano, Seconda Sezione Civile del 19.05.2015 Cardito/Milano 22.05.2015

Scarica il Documento

http://www.sdlcentrostudi.it/wp-content/uploads/2015/06/Tribunale-di-Milano-1GIU.pdf