Tribunale di Sondrio – Prestito d’uso d’oro – Ammissione CTU

PRESTITO D’USO D’ORO: AMMESSA CTU TECNICO-CONTABILE PER LA VERIFICA DELL’USURARIETA’ GENETICA

Il provvedimento che qui si commenta è di notevole interesse in quanto evidenzia come in un contratto molto diffuso nel settore orato – il prestito d’uso d’oro – possano essere previste condizioni usurarie.
Come noto, la valutazione circa l’usurarietà di un contratto va effettuata avuto riguardo ai tassi soglia tempo per tempo vigenti; si tratta di tassi che variano in base alla categoria di operazione considerata (apercredito; anticipo sbf; prestito; leasing; factoring; mutuo; etc.), in quanto gli stessi sono determinati sulla base dei tassi medi applicati dalla generalità degli intermediari bancari per ciascuna di dette operazioni.
Nel caso di specie, dirimente è la corretta qualificazione del contratto di “prestito d’uso d’oro”: ricondurre tale contratto nell’ambito delle “anticipazioni” ovvero nell’ambito del contratto di “mutuo” vuol dire valutare il costo dell’operazione alla luce di tassi soglia differenti, di cui quello riferito agli anticipi senz’altro più elevato di quello riferito al mutuo.
Al riguardo, si legga quanto sostenuto dall’Agenzia delle Entrate nella Risoluzione del 11/05/2007 n. 96: “si osserva che, il contratto di prestito d’uso di platino, analogamente a quanto previsto per l’oro, può essere configurato come un contratto atipico con il quale un soggetto (banca) concede in uso ad un altro soggetto (operatore economico) una certa quantità di metallo prezioso affinché questi lo utilizzi liberamente nell’ambito della sua attività, con l’obbligo di rendere alla scadenza stabilita la stessa quantità o qualità del bene ricevuto, nonché di pagare un corrispettivo per l’utilizzo”.
Si confronti tale definizione con quanto statuito per il mutuo dall’art. 1813 c.c.: “Il mutuo è il contratto col quale una parte consegna all’altra una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili e l’altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità”.
Sono evidenti le analogie tra “mutuo” e “prestito d’uso d’oro” e tali analogie sono senz’altro più marcate delle analogie che l’avversa difesa ha preteso essere presenti tra “anticipi finanziari” e “prestito d’uso d’oro”.
La difesa avversaria ha ovviamente perorato la tesi secondo cui il contratto di prestito d’uso d’oro andrebbe ricondotto nell’alveo delle anticipazioni; tesi, peraltro, sostenuta senza l’allegazione delle caratteristiche comuni tra anticipi finanziari e prestito d’uso d’oro e, comunque, per quale ragione si debba applicare nel caso di specie la disciplina indicata… solo, è stato affermato apoditticamente che è “da escludere ogni e qualsiasi riferimento alla natura contrattuale del mutuo, dovendosi inquadrare il contratto sottoscritto dal Cliente nella categoria anticipi finanziari” (pag. 3 comparsa avversaria).
Al riguardo, è stato evidenziato all’Ill.mo Giusdicente come gli anticipi finanziari rientrino nella c.d. “anticipazione bancaria” di cui agli artt. 1846 ss. c.c.
Tuttavia, nessuno di tali articoli del codice civile fornisce una definizione di questa operazione.
La dottrina nota come “in giurisprudenza prevalente è l’opinione per cui l’anticipazione bancaria si risolve essenzialmente in un contratto di apertura di credito garantita da un pegno sopra valori mobiliari e merci” (Giorgianni-Tardivo, Manuale di diritto bancario, 2009, p. 485).
Guardando di nuovo al Codice civile, l’art. 1842 c.c. fornisce la nozione di “apertura di credito bancario” qualificando la stessa come “il contratto col quale la banca si obbliga a tenere a disposizione dell’altra parte una somma di denaro per un periodo di tempo o a tempo indeterminato”.
Allo scrivente non è parso proprio che tale definizione possa attagliarsi al “contratto di prestito d’uso d’oro”.
Né s’è mostrato esser dirimente quanto affermato dal perito dell’istituto convenuto nella propria relazione (doc. 4 di controparte), laddove sono state richiamate le Istruzioni della Banca d’Italia ai fini di una corretta qualificazione del contratto di mutuo.
Come noto, quelle istruzioni sono dettate per chiarire quali figure contrattuali rientrano nelle categorie indicate ai fini della rilevazione dei TEGM e successiva elaborazione del tasso soglia usura, con la conseguenza che ben potrà non esservi perfetta coincidenza tra una data categoria etichettata come “mutuo” e la corrispondente figura contrattuale del “mutuo” disciplinata dal codice civile; ma, in caso di non corrispondenza tra le due definizioni – la prima di natura amministrativa e la seconda di natura legale – non c’è dubbio che si debba dare prevalenza alla seconda, ai fini di una sua applicazione analogica ad un contratto atipico come il “prestito d’uso d’oro”.
Il perito di parte avversa ha altresì affermato che la Banca d’Italia nelle richiamate istruzioni “individua tra le caratteristiche tipiche del mutuo (all. 9)
a) Durata superiore ai cinque anni …
b) Presenza di garanzia ipotecaria …
c) Non sono previsti rimborsi periodici …

Lo scrivente ha evidenziato come fosse caduto in errore il consulente di parte avversa nell’affermare che la Banca d’Italia avesse individuato delle caratteristiche tipiche del mutuo.
Nelle istruzioni, pure prodotte da controparte, si legge che “rientrano in tale categoria di rilevazione [leggi: mutuo] i finanziamenti che…” presentano le caratteristiche sopra indicate… ma non si parla affatto di caratteristiche tipiche (ovvero di caratteristiche che concorrono ad individuare l’idealtipo di contratto di mutuo)!
Ed invero quelle caratteristiche non sono neppure indicate nella nozione codicistica di mutuo – la quale dovrà (questa si…) essere presa a parametro ai fini della sua applicazione analogica con in contratto di “prestito d’uso d’oro”.
L’art. 1813 c.c. nel fornire la nozione di mutuo:

  • non indica una durata minima o massima;
  • non richiede una garanzia reale;
  • non esclude rimborsi.

Elementi tipologici del contratto di mutuo sono:

  • la consegna di una parte all’altra di determinate quantità di denaro o altre cose fungibili;
  • l’obbligo di quest’ultima a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità.

A questo punto non è restato che guardare al contratto di prestito d’uso d’oro, pure agli atti di causa.
Ebbene, l’art. 1 (Oggetto del contratto) stabilisce che “La sottoscritta ditta … dichiara di ricevere in prestito dalla Banca” un certo quantitativo d’oro; il successivo art. 7 – (Oggetto e modalità di restituzione) prevede che “La restituzione dovrà riguardare la stessa quantità, pezzatura e qualità di oro ricevuto, come specificato all’Art. 1”.
Si ritiene che non vi possano essere dubbi di sorta nella corretta sussunzione del contratto de quo nella definizione di cui all’art. 1813 c.c.
Per tale contratto, come pero ogni contratto atipico, vale quanto statuito dalla Suprema Corte la quale ha osservato che “a detti negozi, in mancanza di un’espressa previsione negoziale, sono applicabili in via analogica, le disposizioni contemplate per altri negozi ad essi assimilabili per natura e funzione economico-sociale” (Cass. civ. 3142/1980).
Ed ancora si è osservato che “ai contratti non contemplati dal legislatore (atipici o innominati) possono applicarsi, oltre alle norme generali in materia di contratti, anche le norme regolatrici dei contratti nominati quante volte il concreto atteggiarsi del rapporto, quale risulta dagli interessi coinvolti, faccia emergere situazioni analoghe a quelle disciplinate dalla seconda serie di norme”(Cass. civ. 611/1996).
Se dunque è vero che il contratto di prestito d’uso d’oro è un contratto atipico è altrettanto vero che allo stesso vada applicata la disciplina del contratto tipico che presenta il maggior numero di elementi (rilevanti) di similarità, e questo senz’altro non è il contratto “anticipi finanziari”.
Tale lettura è stata condivisa dall’Ill.mo Giusdicente il quale nel provvedimento con cui è stata ammessa la CTU per verificare la pattuizione di condizioni usurarie nel contratto oggetto del giudizio ha affermato come detto contratto “abbia previsto il trasferimento della proprietà dell’oro al laboratorio orafo [CLIENTE] al momento della consegna, e l’obbligo, per il Laboratorio stesso, di consegnare alla banca alla scadenza del contratto, lo stesso quantitativo di oro (e della medesima qualità), come induce a ritenere il carattere fungibile del bene e il passaggio del rischio al momento della consegna al Laboratorio stesso (v. art. 4), per furto, rapina e qualunque altro sinistro (v. in analogo senso Commissione Tributaria Provinciale di Firenze – Sentenza 06 febbraio 2012, n. 8)”.

Il provvedimento in commento è stato ottenuto dallo scrivente Prof. Avv. Michele Rondinelli nella gestione di una pratica di un cliente di SDL Centrostudi

In allegato relativa ordinanza
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